La storia di Lĭ Āndōng
Quando, il 1°ottobre 1949, fu proclamata la Repubblica Popolare Cinese, la maggioranza degli stranieri che si erano stabiliti in Cina compresero che era giunto il momento di andarsene.
I pochi che si ostinarono a rimanere pagarono cara la loro scelta.
Uno di quelli che la pagarono più cara fu l’italiano Antonio Riva ( conosciuto dai Cinesi come Lĭ Āndōng 李安東), giustiziato a Pechino il 17 agosto 1951, perché accusato di essere una spia degli Stati Uniti e di aver cospirato per attentare alla vita del Presidente Máo Zédōng 毛泽东.
La storia di Antonio Riva è la storia di un personaggio fuori dal comune.
Antonio Riva nacque l’8 aprile 1896 a Shànghăi, dove il padre Achille, commerciante originario di Gorgonzola in Lombardia, aveva impiantato nel 1880 una ditta che si occupava dell’esportazione di tessuti di seta verso l’Italia,
A quindici anni, nel 1911, fu inviato dal padre a Firenze per compiere gli studi secondari preesso il liceo “Alle Querce”.
Allorché scoppiò la Prima Guerra Mondiale, dopo aver conseguito a Pisa il brevetto di pilota, si arruolò volontario e, nel 1916, fu inviato sul fronte di Asiago, dove si legò d’amicizia con Francesco Baracca.
Durante il conflitto, combatté con valore, collezionando ben 7 vittorie in duelli aerei, e fu più volte decorato.
Terminò la guerra con il grado di capitano, comandante della 78° Squadriglia Caccia e fu nominato, il 10 novembre 1918, comandante della 90° Squadriglia Caccia.
Successivamente, fece ritorno in Cina con un gruppo di aviatori incaricati di preparare i campi d’atterraggio per il raid aviatorio Roma-Tokyo (che prevedeva alcune tappe in Cina), al quale avrebbe dovuto partecipare anche Gabriele d’Annunzio. (1)
Rimasto in Cina, Antonio Riva avviò una redditizia attività commerciale, costituendo a Tiānjīn la società “Asiatic Import Export Co.”, che vendeva armi, e soprattutto aeroplani, ai “signori della guerra”. (2)
Fu anche corrispondente del giornale “La Stampa” dalla Cina.
Iscrittosi al Partito Nazionale Fascista, fondò , nel 1926, la Sezione PNF della Cina Settentrionale.
Nel 1934, fu nominato segretario della Missione Militare Aeronautica Italiana in Cina.(3)
In quegli anni, era console d’Italia a Shànghăi Galeazzo Ciano, genero di Mussolini. (4) Fu lui a raccomandare Riva presso il governo cinese come istruttore dei piloti dell’aeronautica militare.
Sposato dapprima con una fiorentina, Emi Coradi, e poi con un’americana, Catherine Lum, da cui ebbe quattro figli, Riva rimase in Cina anche dopo la presa di potere da parte dei comunisti, pur essendo inviso al nuovo regime per i suoi trascorsi politici, per i suoi legami con lo sconfitto partito nazionalista e per aver fatto affari con i Giapponesi.
Più volte consigliato di “tornare in Italia”, non diede retta agli avvertimenti e continuò ad abitare a Pechino, dove era agente della “James Walter and Sons Co.”, con sede in Tiānjīn.
Arrestato nel tardo pomeriggio del 26 settembre 1950, sotto l’accusa di essere a capo di una rete di spionaggio americana e di aver complottato per assassinare il Presidente Máo Zédōng, fu detenuto e torturato per parecchi mesi.
Sottoposto a processo nell’agosto 1951, con altri sei imputati, il 17 agosto 1951 fu dichiarato colpevole dei crimini ascrittigli, condannato a morte e giustiziato a Pechino lo stesso giorno.
La radio cinese affermò in un comunicato che Riva e i suoi coimputati “lavoravano per conto di Dean Barrett (5), ex-addetto militare dell’Ambasciata americana a Pechino” e che “ gli imperialisti americani erano pronti a impiegare chiunque- ex-nazisti, fascisti e sacerdoti cattolici- per continuare la guerra contro il popolo cinese.”
L’arresto di Riva avvenne, come si è detto, nel corso di una retata svoltasi nel tardo pomeriggio del 26 settembre 1950.
Furono arrestati insieme a lui numerosi cittadini stranieri, che abitavano tutti nella stessa strada di Pechino, la Via della Pioggia Profumata (甘雨胡同 "gānyǔ hútòng"): il tedesco Walter Genthner, il francese Henri Vecht (titolare di una libreria che vendeva libri francesi), il giapponese Ryuichi Yamaguchi 山口隆一 (impiegato della libreria), e Quirino Vittorio Gerli (6) ( ex-funzionario delle dogane) , nonché l’impiegato cinese Mă Xīnqīng 马新清.
Tutti costoro erano sorvegliati da tempo perché sospettati di aver creato una rete di spionaggio a favore degli Stati Uniti.
Mons. Tarcisio Martina (7) ( vescovo di Yìxiàn 义县 e prefetto apostolico di Pechino ), accusato di complicità con Riva, fu invece arrestato nel maggio del 1951.
Secondo la polizia (8), furono ritrovati in casa di Riva un mortaio da 82 mm, due pistole, 494 proiettili e proiettili di mortaio, otto granate a mano, 273 pezzi di armi, tra cui testate e spolette di mortaio, e due capsule di cianuro, nonché oltre un migliaio di schede e appunti contenenti informazioni come indirizzi e numeri di targa di automobili di leader del PCC, capi di vari ministeri del Governo Popolare e leader di partiti democratici.(9) Riva avrebbe poi confessato di aver fornito allo spionaggio americano 115 informazioni riservate di carattere politico, economico e militare prima della liberazione di Pechino e ben 485 nel periodo successivo. (10)
La giornalista Barbara Alighiero, nel suo libro intitolato “L’uomo che doveva uccidere Máo” (11), afferma , sulla base di ricerche da lei compiute, che queste “prove” erano manifestamente inventate.(12)
L'esame di tutte le accuse formulate contro gli imputati richiederebbe una disamina approfondita degli atti processuali e comporterebbe quindi un'ampia ricerca che esula dai limiti di questo articolo e che non ho ,del resto, i mezzi per effettuare.
Mi limiterò perciò a trattare, in modo più dettagliato, quello che sarebbe diventato, al termine delle indagini, il principale capo d’accusa e che avrebbe portato alla condanna a morte di Riva e di un altro imputato, il giapponese Ryuichi Yamaguchi.
Come s’è già ricordato, durante la perquisizione del 26 settembre 1950, fu trovato in casa di Riva un vecchio mortaio (13), che Riva aveva recuperato dal giardino della missione cattolica italiana di Pechino (14), dove era stato abbandonato molti anni prima, e che utilizzava come portaombrelli.
Il 18 settembre 1950, la polizia aveva intercettato una busta contenente una lunga lettera inviata per posta aerea da Ryuichi Yamaguchi alla Nichisu Sangyo Co. Ltd.di Tokyo. (15)
Nella missiva si leggeva quanto segue:
“(Alla) Sede centrale della CLC.
Gli idranti acquistati saranno spediti il 1° ottobre. Tutto procede secondo i piani.
Cordiali saluti.
Yamaguchi Ryuichi”.
La lettera proseguiva in questi termini: ”Si dice che il test iniziale sia avvenuto sulla Piazza Tienanmen, dove il getto d’acqua avrebbe superato la sommità della Porta della Pace Celeste, episodio piuttosto divertente. La Porta della Pace Celeste è la porta centrale d’ingresso alla Città Proibita e fronteggia la piazza. Nei giorni delle cerimonie governative personaggi di spicco salgono sulla piattaforma di questa porta per assistere alle parate militari e alle sfilate popolari. In precedenza, il getto d’acqua riusciva soltanto ad avvicinarsi alla piattaforma da cui Máo Zédōng assiste alle cerimonie”.
Lo scrivente affermava infine che stava affrontando “una sfida importante” e che “portava avanti con determinazione il confronto con la controparte”.
Era allegato allo scritto uno schizzo (16), disegnato a a mano dallo stesso Yamaguchi, raffigurante la Piazza Tienanmen. (17)
Vi apparivano una pompa antincendio, una delle colonne ornamentali (华表“huábiăo”) (18) situate dinanzi alla Porta della Pace Celeste (天安门 “tiān ‘ān mén”), i Ponti esterni dell’Acqua Dorata (金水桥 “jīn suĭ qiáo”) (19), la Porta della Pace Celeste e due spesse parabole scure, una delle quali indicava la sommità della Porta della Pace Celeste ed era accompagnata da un’annotazione in giapponese:”L’idrante acquistato dal Giappone può lanciare un getto d’acqua al di sopra di questo tetto”. La seconda parabola mostrava una figura umana sulla piattaforma centrale della Porta e recava, sulla sinistra, una nota del seguente tenore:”In precedenza il getto d’acqua poteva giungere soltanto fin qui”. (20)
Lo schizzo recava, in alto a destra, la firma di Yamaguchi. (21)
Le autorità cinesi individuarono due elementi di per sè irrilevanti ( la vecchia canna di mortaio che serviva da portaombrelli in casa di Riva e la mappa di Piazza Tienanmen allegata alla lettera commerciale scritta da Yamaguchi) , privi di qualsiasi rapporto l’uno con l’altro, e li collegarono per ricavare dal loro accostamento la prova di un fantasioso complotto: la lettera di Yamaguchi assunse il carattere di un messaggio in codice, lo schizzo raffigurante Piazza Tienanmen divenne il piano tecnico di un attentato che avrebbe dovuto sterminare la dirigenza comunista cinese e la vecchia canna di mortaio si trasformò nell’arma scelta dagli attentatori per realizzare il loro crimine.
Sulla attendibilità di questa ricostruzione sembrebbe esserci parecchio da ridire.
Con riferimento alla lettera di Yamaguchi, occorre notare che gli inquirenti diedero per scontata la sua natura di messaggio in codice, senza per nulla darsi la pena di accertare se potesse essere una vera comunicazione commerciale inviata nell’ambito di trattative realmente in corso.
Per quanto riguarda l’arma dell’attentato, si possono formulare le seguenti osservazioni:
Non risulta dagli atti processuali che la canna di mortaio trovata in casa di Riva fosse provvista di una piastra d’appoggio o di un sistema di puntamento. Ciò ne avrebbe reso assai problematica l’utilizzazione perché la mancanza di queste parti avrebbe obbligato i presunti attentatori a tenere l’arma in mano e a valutarne l’alzo in modo empirico, pregiudicando gravemente la precisione del tiro.
Nel corso delle indagini e del successivo processo, non fu inoltre chiarito se i presunti attentatori intendessero effettuare i tiri di mortaio dalla casa di Riva (situata a circa un chilometro di distanza dalla Porta della Pace Celeste) o da Piazza Tienanmen.
Entrambe le ipotesi appaiono poco verosimili.
Se è vero che la portata del mortaio copriva la distanza tra la casa di Riva e la Porta della Pace Celeste, occorre tuttavia osservare che non c’era una vista diretta del bersaglio, cosa che avrebbe reso il tiro estremamente complicato. L’utilizzazione di un mortaio richiede infatti una precisa misurazione della distanza dal bersaglio per calcolare l’alzo della canna e qualche tiro di aggiustamento per correggere piccoli errori di puntamento. Nel caso specifico, non fu fornita alcuna prova che gli imputati avessero misurato con precisione la distanza dalla Porta della Pace Celeste e l’impossibilità di vedere la suddetta porta dal luogo in cui sorgeva la casa di Riva avrebbe reso del tutto inutili eventuali tiri di aggiustamento.
Le conclusioni non sarebbero state molto diverse neppure se i presunti attentatori avessero deciso di sparare da Piazza Tienanmen.
In questo caso, ci si dovrebbe infatti domandare come sarebbero riusciti ad introdurre, senza farsi notare, in una piazza gremita di folla e attentamente sorvegliata, una canna metallica del diametro di circa 8 centimetri, lunga almeno un metro, ed alcuni proiettili di mortaio. (22)
Ammesso che ci fossero riusciti, la mancanza di una piastra di base e di un sistema di puntamento li avrebbe costretti a tenere in braccio la canna del mortaio, valutando “a vista” la traiettoria dei proiettili.
Il successo della loro impresa sarebbe perciò stato estremamente improbabile.
Le numerose incongruenze dell’impianto accusatorio fecero subito sorgere il sospetto che il caso fosse stato montato ad arte dalle autorità cinesi per ragioni di politica interna.
Ciò sembrerebbe trovare conferma nelle parole dette, alcuni decenni più tardi, da Zhào Míng (23), direttore della Sezione investigativa del Ministero della Pubblica Sicurezza nel 1951 (24), a Barbara Alighiero in un’intervista poi pubblicata nel già citato libro “L’uomo che doveva uccidere Mao”:
“È passato mezzo secolo, non abbiamo mai detto cosa è successo davvero... Il caso di quel Riva ce lo siamo per lo più inventato noi. Non ci fosse stato lui, ne avremmo trovato un altro e avremmo avuto la nostra bella congiura americana. Era quello che ci serviva allora».
Perché il governo cinese aveva bisogno, proprio in quel periodo, di creare un caso clamoroso implicante la partecipazione di agenti stranieri assoldati dai servizi segreti americani ad un complotto per assassinare Máo Zédōng e i piu alti dirigenti del paese?
La spiegazione va quasi certamente ricercata nella situazione politica internazionale.
Il 25 giugno 1950, aveva infatti avuto inizio la Guerra di Corea, in cui i Cinesi erano intervenuti con le loro truppe a sostegno dell’esercito nord-coreano verso la fine del mese di ottobre. Dopo un’avanzata travolgente, le truppe cinesi avevano dovuto subire la controffensiva degli Americani, che appoggiavano l’esercito sud-coreano, ed erano stati costrette ad una rovinosa ritirata, prima che il fronte si stabilizzasse intorno alla metà del 1951.
Questi avvenimenti avevano molto impressionato la gente e il governo si trovava nella necessità di evitare possibili contraccolpi dimostrando che controllava perfettamente il paese e che era in grado di contrastare nel modo più efficace qualsiasi mossa degli Occidentali, in particolare degli Stati Uniti d’America, volta, attraverso iniziative dei loro agenti, a destabilizzare il regime e a creare disordini. In tale ottica, l’arresto e la condanna delle presunte spie straniere, accusate addirittura di aver voluto sterminare le più alte cariche dello stato, era uno strumento particolarmente utile per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle disgraziate vicende della Corea e per sollecitare i riflessi nazionalisti della popolazione invitandola a far fronte, insieme con il governo, alle odiate ingerenze straniere.
La notizia del processo suscitò sdegno e riprovazione in tutto il mondo, ma, a parte ciò, non ci furono reazioni significative da parte dei paesi occidentali, di cui la grande maggioranza aveva già rotto i rapporti diplomatici con la Repubblica Popolare Cinese.
Gli Stati Uniti d’America si disinteressarono sostanzialmente della vicenda, che non vedeva alcun loro cittadino tra gli arrestati, sebbene l’accusa rivolta agli imputati fosse quella di aver esercitato attività spionistiche e di aver progettato un atto di terrorismo proprio per conto dei servizi segreti americani.
L‘Italia cercò di intervenire in favore dei propri cittadini, tramite le potenze amiche che avevano mantenuto una rappresentanza diplomatica a Pechino, ma con risultato negativo. (25) Il 21 agosto 1951 l'Ufficio Stampa del Ministero degli Affari Esteri diramò un sobrio comunicato del seguente tenore: "La notizia dell'esecuzione capitale a Pechino del connazionale Antonio Riva e della condanna rispettivamente all'ergastolo e a sei anni di reclusione dei connazionali Mons. Martina e Sig. Gerli non ha mancato di destare una dolorosa impressione in Italia"
L’epilogo della storia fu tristissimo.
I due condannati a morte furono subito condotti sul luogo dell’esecuzione. Durante il tragitto, dovettero ancora subire gli oltraggi e le violenze di una folla inferocita, carica d’odio. Furono giustiziati con un colpo di pistola alla nuca. La salma di Riva fu recuperata dalla moglie e portata al cimitero per la sepoltura. Mentre si procedeva all’inumazione, arrivarono alcuni poliziotti, che, per estremo dileggio, irrorarono il feretro di DDT, adducendo a giustificazione del gesto le necessità della lotta contro le mosche. La tomba, sulla cui lapide uno scalpellino terrorizzato ebbe appena il tempo di incidere le iniziali del defunto, non fu mai più ritrovata. (26) I familiari di Riva ritornarono in Italia per nave viaggiando in terza classe. Il costo del biglietto fu anticipato dal governo italiano, che ne pretese il rimborso totale, mediante pagamenti rateali che si protrassero per parecchi anni.
NOTE
1) Il raid aereo Roma-Tokyo mirava a dimostrare le capacità aviatorie dell’Italia e ad aprire nuove rotte commerciali. Uno stormo di 11 aerei (tra cui alcuni biplani SVA e Caproni) decollò il 14 febbraio 1920 da Centocelle diretto a Tokyo. Il tragitto prevedeva circa 19 tappe, tra cui Smirne, Baghdad, Delhi, Bangkok, Shànghăi e Pechino. La maggior parte degli aerei fu costretta ad abbandonare la missione a causa di guasti o maltempo, ma i piloti Arturo Ferrarin e Guido Masiero atterrarono il 18 maggio 1920 a Pechino, dove furono accolti con grandi onori e decorati con l’Ordine della Tigre. Il raid si concluse a Tokyo il 30 maggio 1920, dopo un percorso di 18.000 chilometri compiuto in 109 ore di volo.
2) Furono chiamati “signori della guerra” alcuni generali che, a partire dal 1916, utilizzando propri eserciti personali, presero il controllo di diverse province e regioni cinesi, governandole come se fossero stati indipendenti. L’era dei “signori della guerra” terminò formalmente nel 1928 con la “Spedizione del Nord”, condotta dalle forze del Kuomintang sotto la guida di Chiang Kai-Scek, che sconfisse la maggior parte dei generali ribelli, riunificando il paese sotto il governo nazionalista.
3) Secondo un comunicato pubblicato dall’agenzia Nuova Cina il 17 agosto 1951, giorno della sua condanna, sotto la copertura di questo incarico, Riva aveva svolto attività di “agente segreto e spia del partito fascista”.
L’attività della Missione Militare Aeronautica in Cina, che consisteva soprattutto nel promuovere la vendita di aerei italiani al governo cinese, si ridusse progressivamente a causa del riavvicinamento dell’Italia al Giappone, paese ostile alla Cina, che culminò nella firma del famoso Patto d’Acciaio tra Germania, Giappone ed Italia.
4) Galeazzo Ciano, marito di Edda Mussolini, fu console d’Italia a Shànghăi dal 29 maggio 1932 al 19 settembre 1933.
5) David Dean Barrett ( 1892 –1977), militare e diplomatico americano, operò a lungo in Cina e lasciò il paese dopo la sconfitta dei nazionalisti alla fine del1949. Dal 1950 al 1953 lavorò come primo addetto militare dell’Ambasciata degli Stati Uniti presso la Repubblica di Cina a Taiwan. Nel 1951 fu chiamato in causa dalle autorità di Péchino come referente della presunta rete di spionaggio americana che esse asserivano di aver scoperto.
Il 1° settembre 1951, nel corso di una conferenza stampa riportata da “Il Messaggero” del 2 settembre 1951, p.5, Barrett dichiarò: “Io sono accusato di aver complottato per assassinare Mao Tse-tung. Posso dire che se ciò fosse vero lo avrei fatto ben stupidamente. La verità è che io non ho mai, né di mia iniziativa, né per ordini superiori, tentato di complottare l'assassinio di chicchessia. Notizie giornalistiche dicono che un mortaio da trincea è stato trovato seppellito a Pechino e avrebbe dovuto servire per assassinare Mao Tse-tung. I comunisti devono avere ben povera opinione di me come dirigente di complotto se pensano che io tenterei di assassinare chicchessia con un mortaio da trincea: avrebbe lo stesso effetto di una fionda. Ad ogni importante riunione comunista, il pubblico e specialmente gli stranieri sono tenuti talmente lontani che sarebbe difficile uccidere Mao Tsetung con un cannone da 105 mm. I comunisti cinesi dicono che la mia parte del complotto è risultata con evidenza nel processo di Pechino. Ho sentito dire che nessuno degli stranieri arrestati conosceva le accuse loro rivolte. Nessun ente del governo degli Stati Uniti ha mai saputo perché quelle persone erano state arrestate e neppure le loro famiglie..."
Nel 1971 il primo ministro cinese Zhou Enlai dichiarò che le accuse a suo tempo rivolte a Barrett non avevano fondamento, si scusò con l’interessato e lo invitò a visitare nuovamente la Cina. (cfr. Dikötter, Frank (2013). The Tragedy of Liberation: A History of the Chinese Revolution, 1945-1957 (1 ed.). London: Bloomsbury Press. pp. 103–105)
6) Quirino Vittorio Gerli, nato nel 1895, giunto in Cina nel 1921, entrò al servizio dell’Amministrazione delle Dogane, per la quale lavorò dal 1921 al 1943, diventandone nel 1940 il Direttore Generale. Rimasto senza impiego nel periodo bellico, nel 1950 era alle dipendenze della società “Matheson & Co". Secondo l’accusa, durante la guerra, avrebbe collaborato con i servizi segreti Giapponesi e, successivamente, sarebbe stato reclutato dallo spionaggio americano. Condannato a 6 anni di reclusione, fu rilasciato nel 1955 e rientrò in Italia.
7) Monsignor Tarcisio Martina (1887-1961) era nato a Ospedaletto di Gemona, in provincia di Udine. Nel 1925 fu inviato come missionario in Cina, dove fu in seguito vescovo di Yìxiàn 义县 e, nel 1936, prefetto apostolico di Pechino. In occasione del suo arresto, sarebbero state trovare nel giardino della sua abitazione munizioni d’artiglieria che avrebbero potuto essere utilizzate con il mortaio scoperto in casa di Riva. Condannato all’ergastolo nel 1951, mons. Martina fu espulso dalla Cina nel 1955 e ritornò in Italia.
8) Si veda la voce 李安東 (Lĭ Āndōng) nell’enciclopedia on line 百度百科 (“băidù băikē”).
9) È senz’altro possibile che, essendo un ex-militare ed avendo operato per lungo tempo come commerciante d’armi, Riva conservasse in casa “ricordi” quali pistole, proiettili e involucri di bombe a mano. È però significativo che l’accusa principale che gli fu rivolta sia stata costruita sul possesso di un vecchio mortaio. Sembrerebbe di doverne dedurre che la polizia non disponesse di alcun indizio che potesse far credere ad un attentato implicante l’uso di altre armi, ad es. di una pistola. Quanto al possesso di indirizzi di politici e di funzionari e di altri dati, è lecito pensare che, svolgendo un’attività commerciale, Riva dovesse necessariamente entrare in contatto con uffici e funzionari dell’amministrazione. Non sembra verosimile che, sapendosi comunque sorvegliato, tenesse in casa le “prove” di un’eventuale attività spionistica.
10) Quale rilevanza si debba attribuire ad una confessione rilasciata sotto tortura è discutibile.
11) Barbara Alighiero, prima corrispondente dell’Ansa e poi direttrice dell’Istituto di cultura italiano a Pechino, ha dedicato al caso Riva un libro molto documentato: “L’uomo che doveva uccidere Mao”- Ed. Excelsior 1881, 2008.
12) Alcune considerazioni di carattere generale sembrano deporre a favore dell’innocenza degli accusati. In primo luogo, costoro erano tutti, per una ragione o per l’altra (origine straniera, trascorsi politici, impegno religioso), profondamente invisi al regime comunista ed era quindi impossibile che frequentassero liberamente e amichevolmente persone (esponenti del governo, membri del partito, funzionari dell’amministrazione, ufficiali dell’esercito e soldati) alle quali avrebbero potuto carpire informazioni di carattere segreto o riservato. In secondo luogo, avendo tutti (o molti di loro) precedenti di ostilità verso il comunismo ed essendo quindi sottoposti ad un controllo costante, sarebbe stato temerario da parte loro creare una rete di spionaggio.(Le migliori spie sono sempre persone perfettamente integrate, non elementi marginali ed estranei al sistema). Ciò vale in particolare per Riva, il quale, gravato da pesanti sospetti per il suo passato fascista e per il sostegno al precedente governo nazionalista, nonché per i suoi contatti prima con i Giapponesi e poi con gli Americani, sarebbe stato del tutto incosciente se avesse pensato di poter condurre senza problemi operazioni di spionaggio ai danni del governo comunista.
Sarebbe ingenuo ed irrealistico pensare che gli Stati Uniti non fossero vivamente interessati alla raccolta di informazioni su quanto accadeva nella Repubblica Popolare Cinese e, di conseguenza, escludere che esistessero in Cina reti americane di spionaggio. Nel caso specifico, occorre tuttavia osservare che sarebbe stato molto maldestro, da parte dei servizi segreti americani, affidare missioni di spionaggio ad individui che non soltanto provenivano da paesi ostili al governo cinese, ma che, per di più, avevano una storia personale di aperto anticomunismo.
13) Notizie più dettagliate sul mortaio trovato in casa di Riva si possono leggere in un articolo di Chén Zĭyún 成子云·intitolato “一桩奇怪的间谍暴动案" (“yī zhuāng qíguài de jiàndié bàodòng àn”), cioè “Lo strano caso del complotto spionistico eversivo”), reperibile su My China News Digest http:/www.cnd.org.
L’autore dell’articolo precisa che si trattava di un mortaio da 82 mm (tipo 20 della Repubblica di Cina), versione modificata del mortaio francese Brand 1930 da 81 mm. Aggiunge che tale tipo di mortaio era dotato di un affusto a gamba piatta e staccabile, ma che, a giudicare dalle foto pubblicate sul Quotidiano del Popolo (人民日报 “rénmín rìbào”) il 18 agosto 1951, l’esemplare sequestrato il 26 settembre 1950 era incompleto, in quanto privo persino di base, con la culatta che poggiava direttamente sul terreno.
14) Il fatto che Riva avesse recuperato il mortaio nel giardino della missione cattolica italiana permise alla polizia di coinvolgere nel caso mons. Tarcisio Martina.
15) La Nichisu Sangyo Co. Ltd. faceva parte di uno “zaibatsu” 財閥, cioè di un grande gruppo industriale, commerciale e finanziario, controllato da un importante uomo d’affari: Shibusawa Keizo. Enormi conglomerati di questo tipo si occupavano di una quantità di affari, tra i quali poteva benissimo rientrare il commercio (d’importazione e di esportazione) di attrezzature antincendio. Ciò non toglie ovviamente che la società a cui era indirizzata la lettera potesse anche fornire una copertura per attività di spionaggio. È curioso, tuttavia, che le autorità cinesi non si siano minimamente preoccupate di accertare se dalla precedente corrispondenza di Yamaguchi risultassero attività di mediazione per l’acquisto di idranti da parte di enti cinesi e se test di utilizzazione di tali congegni avessero avuto luogo sulla Piazza Tienanmen.
16) Cliccare:
https://www.reddit.com/r/China_irl/comments/19b28dj/50%E5%B9%B4%E7%9A%84%E7%82%AE%E5%87%BB%E5%A4%A9%E5%AE%89%E9%97%A8%E6%A1%88%E5%B0%B1%E6%98%AF%E4%B8%AA%E5%86%A4%E6%A1%88/#lightbox
17) Piazza Tienanmen, cioè la Piazza della Porta della Pace Celeste (天安门广场 “tiān ‘ān mén guăngchăng”), è la piazza centrale di Pechino.
18) È chiamato “huábiăo” 华表 un tipo di colonna usato nell’architettura tradizionale cinese. Le “huábiăo” di Piazza Tienanmen furono erette all’epoca dell’imperatore Míng 明朝 Yǒnglé 永樂, che regnò dal 1402 d.C. al 1424 d.C.
19) I Ponti esterni dell’Acqua Dorata (”外金水桥“wài jīnshuǐ qiáo” sono sette ponti di marmo che collegano Piazza Tienanmen alla Porta della Pace Celeste. Furono costruiti nel 1417 d.C. e più volte restaurati. L’uso del ponte centrale era riservato all’Imperatore.
20) Nel corso del processo, Yamaguchi spiegò che la mappa era stata disegnata per illustrare la funzione di una pompa antincendio che si voleva importare dal Giappone ed era stata spedita come allegato all’ordinativo concernente la pompa, ma non fu creduto. Le due parabole disegnate nello schizzo furono interpretate non come i getti d’acqua d’un idrante, bensì come le traiettorie dei proiettili di un mortaio.
21) Anche la firma sullo schizzo, la quale avrebbe dovuto provare la buona fede dell’interessato, fu interpretata come un’astuzia volta a dissimulare la vera natura della mappa.
22) Risulta dagli atti processuali che Yamaguchi sarebbe stato sorpreso nel luglio 1950 mentre, in PIazza Tienanmen, tracciava un disegno della piazza e prendeva appunti. Ciò fu interpretato, nel corso del processo, come un sopralluogo compiuto in preparazione di un attentato. L'unico disegno depositato agli atti è però lo schizzo di cui si è già detto (cfr. nota n.16), che contiene soltanto una rappresentazione sommaria della piazza e non riporta alcun dato numerico. È pertanto da escludere che tale schizzo potesse fornire i parametri necessari per effettuare con precisione un tiro di mortaio.
23) Zhào Míng 赵明, trasferito al Ministero della Pubblica Sicurezza nel gennaio 1950 come vicedirettore del Dipartimento di Compilazione e Traduzione, ricoprì in seguito la carica di direttore della Sezione Investigativa del Ministero della Pubblica Sicurezza.
24) Il Ministero della Pubblica Sicurezza (公安部, “gōng'ān bù”) era l'organo del governo della Repubblica Popolare Cinese responsabile della sicurezza interna e della polizia, fondato dopo la presa del potere da parte del Partito Comunista Cinese nel 1949.
25) Cfr. Il Giornale d'Italia, 22 agosto 1951.
26) Riva fu inumato nel cimitero Ténggōng Zhàlán, 滕公栅栏, lo stesso cimitero dove riposa il padre gesuita Matteo Ricci. Questo cimitero, in cui erano sepolti molti missionari, fu devastato durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976) ed un gran numero di lapidi vennero distrutte