Capitolo XIX
Nel frattempo, Lăo Cán, che Sua Eccellenza Bái aveva incaricato di proseguire l’inchiesta e che era tornato alla locanda nel pomeriggio di quel giorno, stava riflettendo sul da farsi.
Il locandiere venne ad informarlo che l’agente di polizia, Xǔ Liàng chiedeva di essere ricevuto.
"Fatelo entrare" rispose Lăo Cán.
Xǔ Liàng entrò nella stanza, si inchinò e si fece avanti, dicendo: "Per favore, Eccellenza, datemi istruzioni: devo rimanere qui ad eseguire i vostri ordini o è meglio che mi rechi subito sul luogo dell’indagine? La contea ha già stanziato mille tael d'argento: devono essere inviati qui o vanno tenuti in cassa per essere usati più tardi?”
“Quel denaro non ci serve ancora.” disse Lăo Cán “Teniamolo in cassa per il momento”
poi osservò: ”Questo caso è davvero difficile da gestire. È quasi certo che siamo di fronte ad un avvelenamento, ma non è stato usato alcun veleno conosciuto. Ci sono due punti che attirano l’attenzione: le articolazioni non sono rigide e il loro colore rimane invariato. Sospetto che si tratti di un veleno d’origine occidentale, probabilmente qualcosa come l’ ”erba indiana” (1). Domani ritornerò al capoluogo di provincia; lì c'è una grande farmacia che vende anche prodotti occidentali. Indagherò. Tu vai subito al villaggio di Qídōng e cerca di scoprire, di nascosto, se c’è qualcuno che ha rapporti con gli stranieri. (2) Sarebbe interessante riuscire ad individuare l'origine di questo veleno. Dove potremo incontrarci?"
Xǔ Liàng disse: "Ho un fratello di nome Xǔ Míng, che mi ha accompagnato qui. Lasciate che si ponga al vostro servizio, Signore. Anche lui conosce bene il sistema (3), quindi potrà gestire le cose senza problemi".
"Molto bene" annuì Lăo Cán.
Xǔ Liàng fece un cenno a qualcuno che stava dinanzi alla porta della stanza e un uomo sulla trentina entrò, inchinandosi profondamente.
"Questo è mio fratello " disse Xǔ Liàng , poi, rivolgendosi a Xǔ Míng , gli ordinò: "Tu rimarrai qui, agli ordini del signor Tiē”.
Dopo di ciò, Xǔ Liàng disse : "Vorrei rendere omaggio alla vostra concubina". Lăo Cán sollevò la tenda della stanza interna e vide Huán Cuì seduta accanto alla finestra. Fece allora entrare i due uomini che si inchinarono. La ragazza si inchinò, a sua volta, a ciascuno dei due. (4)
Xǔ Liàng accompagnò quindi Xǔ Míng a casa per recuperare i bagagli.
Verso sera tornò alla locanda anche Huáng Rénruì, che disse: "Sarei dovuto partire già un paio di giorni fa, ma ero preoccupato per questa faccenda e Zĭjĭn mi ha trattenuto qui. Ora che la parte più importante del caso è stata risolta, ritornerò al capoluogo di provincia per riprendere servizio domattina presto".
"Ritorno al capoluogo pure io ” disse Lăo Cán “ Prima di tutto, voglio recarmi nella farmacia che vende anche prodotti occidentali e in altri posti per raccogliere informazioni sui veleni; in secondo luogo, devo trovare un posto per depositare le mie cose, in modo da potermi spostare con maggiore facilità.”
"La mia casa è molto spaziosa. Perché non resti con me per il`momento? ” propose Rénruì “Se non ti troverai a tuo agio, potremo cercare un altro posto più tardi. D’accordo?"
"Sarebbe perfetto" rispose Lăo Cán.
L'anziana domestica che serviva Huán Cuì non era disposta a trasferirsi nel capoluogo di provincia. Allora Xǔ Míng suggerì: "Mia moglie può accompagnare la signora e tornare indietro dopo che avremo trovato una nuova domestica".
Tutto fu organizzato a dovere. Huán Cuì non ebbe altra scelta che chiamare il fratellino e dargli qualche tael d'argento. Gli addii furono commoventi.
Xǔ Míng si occupò della carrozza e delle altre incombenze.
Il mattino seguente, partirono tutti insieme. Giunti al Fiume Giallo, Lăo Cán e Rénruì scesero dalla carrozza intenzionati, per prudenza, ad attraversare a piedi il fiume ghiacciato. Un’altra carrozza era ferma sulla riva del fiume. Vedendoli arrivare, una donna saltò giù, abbracciò Huán Cuì e scoppiò a piangere.
Chi era? Si scoprì che Rénruì, dovendo partire presto quel giorno, non aveva fatto venire alla locanda Cuí Huā e aveva incaricato Huáng Shĕng di regolare tutte le spese. Cui Huā, temendo che qualche funzionario della contea potesse cacciarla via, non aveva osato andare alla locanda di sua iniziativa e non aveva chiuso occhio per tutta la notte. All'alba, aveva noleggiato una carrozza per aspettarli sulla riva del Fiume Giallo e salutarli come si fa nei “padiglioni dei dieci lĭ” (5). Dopo averla lasciata piangere un po’ , Lăo Cán e Rénruì le dissero qualche parola di conforto, e poi attraversarono a piedi il fiume ghiacciato.
Il capoluogo della provincia distava soltanto una ventina di chilometri. Non impiegarono molto tempo per arrivare alla villa di Huáng RénruÌ a Dōngjiàndào, scesero dalla carrozza ed entrarono. Huáng Renrui, come è ovvio, svolse perfettamente i suoi doveri di anfitrione.
Dopo cena, Lăo Cán mandò Xǔ Míng a comprare i bagagli, mentre lui stesso si recò alla farmacia che vendeva anche prodotti occidentali e interrogò con cura uno dei commessi. Scoprì che la farmacia vendeva solo vari prodotti preconfezionati, importati da Shànghăi, ma nessuna sostanza medicinale occidentale sotto forma galenica. Quando Lăo Cán gli menzionò i nomi scientifici di alcune piante medicinali, il commesso nemmeno li capì. Lăo Cán si rese dunque conto che non stava di certo seguendo la pista giusta.
Un po’deluso, decise di andare a trovare Yáo Yúnsōng (6), che abitava nelle vicinanze. Fortunatamente, Yáo era a casa e lo invitò a cena.
"Riguardo ai fatti della contea di Qíhé” osservò Yáo” sono stato informato che Bái Zĭshòu è arrivato qui ieri sera e ha avuto un colloquio con il governatore, al quale ha spiegato chiaramente la situazione e ha riferito che ti aveva chiesto di occuparti del caso. Il governatore ne è stato felicissimo, ma non immaginava che tu saresti passato di qui. Andrai a rendergli visita domani?”.
“Non posso” rispose Lăo Cán” Purtroppo ho altri impegni”.
Poi accennò alla lettera che gli aveva inviato da Cáozhōu: "Cosa hai detto al governatore?"
“Gli ho mostrato la lettera.” rispose Yáo “ Dopo averla letta, è rimasto angosciato per diversi giorni ed ha promesso che d'ora in poi non lo avrebbe più sostenuto apertamente".
"Perché non lo destituisce dall’incarico e non gli ordina di ritornare qui?” domandò Lăo Cán.
"Si vede proprio che non conosci il funzionamento dell’ amministrazione” gli rispose Yáo sorridendo” Come puoi pensare di destituire e richiamare qualcuno che hai sostenuto e protetto fino ad un attimo prima? Quale governatore in tutto l’impero sarebbe disposto a riconoscere pubblicamente i propri errori? È già raro trovarne uno, come il nostro, disposto ad ammettere di aver sbagliato ".
Lăo Cán annuì. Conversarono ancora a lungo prima che Lăo Cán tornasse finalmente a casa.
ll giorno dopo fece visita al prete della chiesa cattolica, che si chiamava Heracles (7) ed era esperto sia di medicina occidentale sia di chimica.
Lăo Cán era molto soddisfatto di aver trovato questa soluzione ed espose il caso al prete, chiedendogli di quale veleno si potesse trattare. Il prete rifletté a lungo, ma non gli venne alcuna idea. Cercò anche tra i suoi libri, ma non riuscì a trovare una risposta. "Chiederò a qualcun altro” concluse “ Le mie conoscenze non sono sufficienti".
Lăo Cán ne rimase profondamente deluso. Vedendo che, nel capoluogo della provincia, non era riuscito a tirar fuori un ragno dal buco, fece le valigie e, accompagnato da Xǔ Míng, si recò nel capoluogo della contea di Qíhé.
Si trattava ora di decidere come indagare nel villaggio di Qídōng.
Lăo Cán fabbricò rapidamente una collana di campanellini, comprò una vecchia scatola di medicine e preparò molte erbe medicinali, poi disse a Xǔ Míng di non accompagnarlo, ma di aspettarlo al villaggio, dove avrebbero dovuto fingere di incontrarsi per caso.
Dopo che Xǔ Míng fu partito, Lăo Cán, noleggiò un carretto per la durata di un mese, al prezzo di tre soldi d’argento al giorno (8), ma, volendo tener nascosto lo scopo della sua missione al carrettiere, per timore che costui non lo divulgasse, gli disse: "Vorrei praticare la medicina, però vedo che qui, nel capoluogo della contea, non c'è praticamente margine per questa attività. Ci sono città o villaggi importanti nelle vicinanze?".
Il carrettiere gli rispose: " A nord-est, ad una lontananza di circa 45 “lĭ” dal capoluogo, c`è un grosso villaggio, molto vivace, chiamato Qídōng, in cui si svolge il 3 e l’8 di ogni mese un grande mercato, che attrae gente da decine di chilometri di distanza. Perché non vai lÌ a provare se puoi realizzare un po' di affari?".
Camminando avanti e indietro lungo l’arteria principale del villaggio, Lăo Cán esaminava le locande che sorgevano ai lati della strada.
Avendone trovata, sul lato orientale, una chiamata la “Locanda delle Tre Armonie”, che sembrava abbastanza pulita, prese una stanza nell'ala ovest dell’edificio. Poiché la stanza era dotata di un grande “káng”, fece dormire il carrettiere ad un'estremità della piattaforma, mentre lui si coricava all’altra estremità.
Dopo aver dormito fino alle prime ore del mattino ed aver poi fatto colazione, uscì per strada suonando i suoi campanellini e vagò senza meta per le vie ed i vicoli del villaggio.
Verso mezzogiorno, arrivò in una stradina a nord della strada principale, dove c'era una grande guardiola.
Pensando che doveva trovarsi di fronte ad un’importante fattoria, Lăo Cán si fermò e suonò con forza i suoi campanellini.
Un uomo anziano, con la barba nera, uscì e gli chiese: "Sai come curare le ferite?".
"Un po' " rispose Lăo Cán.
L’anziano rientrò in casa e poi ne uscì di nuovo, invitando Lăo Cán a seguirlo all’interno. Varcato il grande portone d’ingresso, si incontrava un secondo portone, dietro il quale si apriva la stanza principale.
Lăo Cán fu accompagnato in una stanza laterale, dove un vecchio stava seduto sul bordo del kang. Vedendolo entrare, il vecchio si alzò e gli disse: "Si accomodi, per favore!”".
Sebbene avesse riconosciuto Wèi Qiān, Lăo Cán gli domandò : "Qual è il suo cognome, signore?".
“Mi chiamo Wèi “ fu la risposta. “ E Lei, come si chiama?”.
"Il mio cognome è Jīn" rispose Lăo Cán.
"Mia figlia soffre di dolori agli arti. “ disse Wèi Qiān “Esiste una medicina che possa curarla?".
"Non posso prescriverle una medicina senza averla visitata." precisò Lăo Cán.
“Lei ha ragione” riconobbe Wèi Qiān e mandò qualcuno ad informare i familiari che stavano nel retro della casa. (9)
Dopo un po', qualcuno dall'interno disse: "Prego, entrate!".
Wèi Qiān condusse quindi Lăo Cán nell'ala orientale della casa, dietro la sala principale. Quest'ala era composta da tre stanze, due munite di finestre ed una senza aperture verso l’esterno.
Entrato nella stanza interna, Lăo Cán vide una donna sulla trentina, dall'aspetto emaciato, seduta a gambe incrociate sul “kang” ed appoggiata ad un tavolino basso. La donna cercò faticosamente di alzarsi, ma sembrava debole ed incapace di stare in piedi.
“Non si muova” le ripetè più volte Lăo Cán” Lasci che Le prenda il polso!”.
Il Vecchio Wèi fece sedere Lăo Cán davanti alla donna, poi prese uno sgabello e gli si sedette accanto.
Dopo aver preso il polso dal lato destro e dal lato sinistro, Lăo Cán disse: "La signora soffre di una stasi sanguigna. Per favore, lasciate che esamini le sue mani".
La signora Wei posò le mani sul tavolinetto.
Lăo Cán le guardò e notò che erano ammaccate e violacee alle giunture.
Non poté fare a meno di sospirare e disse: "Signore, dovrei fare un’osservazione, ma temo di apparire maleducato.”
"Parli pure liberamente" gli rispose il vecchio Wèi.
"Non se ne abbia a male, ma queste mi sembrano essere le conseguenze dell’applicazione della tortura. Se la signora non sarà curata tempestivamente, rischia la paralisi degli arti”.
Il vecchio Wèi sospirò e disse: "`E proprio così! Per favore, la curi secondo i sintomi che presenta. Se guarirà, Le prometto una generosa ricompensa".
Lao Can scrisse una ricetta e se ne andò, dicendo: "Spero che funzioni. Io alloggerò alla “Locanda delle Tre Armonie”. In caso di bisogno venga a chiamarmi".
Da quel momento in poi, Lăo Cán visitò ogni giorno la malata. Trascorsi tre o quattro giorni, era entrato in confidenza con il vecchio Wèi che lo invitò a trattenersi per bere qualcosa insieme.
Lăo Cán colse allora l’occasione per domandare come fosse potuto accadere che i membri di una famiglia benestante quale la famiglia Wèi venissero sottoposti alla tortura.
Il vecchio Wèi gli rispose : "È naturale, signor Jīn, che un forestiero come lei non sappia che cosa è successo.
Mia figlia era sposata col primogenito della famiglia Jiă, che è morto l'anno scorso.
Sua cognata, Jiă Dànī, flirtava con Wú Èrlàngzĭ di Xīcῡn, per il quale nutriva da tempo un sentimento corrisposto.
Qualche anno fa, mia figlia, senza rendersene conto, fece saltare la loro relazione (11) e, da allora, Jiă Dànī nutre per lei un odio implacabile.
Questa primavera, mentre si trovava a casa di sua zia, Jiă Dànī ha cominciato a complottare con Wú Èrlàngzĭ (12). Non so che tipo di veleno abbia usato, ma ha sterminato l'intera famiglia Jiă, e poi è andata in prefettura ad accusare mia figlia di omicidio.
È saltato allora fuori quel funzionario maledetto di nome Gāng, degno di perire tra i tormenti, il quale ha sostenuto senza deflettere che i tortini di luna da noi inviati alla famiglia Jiă contenevano arsenico. Non so quante volte la mia povera figlia è stata torturata fin quasi a morirne.
Per nostra fortuna, l’accusa di assassinio (13) lanciata contro di noi è venuta a cadere.
Il governatore, infatti, ha mandato un suo confidente (14) ad indagare in incognito. Quest’uomo, che soggiornava alla Locanda della Porta Meridionale, ha scoperto la nostra innocenza ed ha fatto rapporto al governatore, il quale ha ordinato la nostra immediata liberazione.
Meno di dieci giorni dopo, il governatore ha inviato un altro inquirente, il giudice Bái, un funzionario davvero giusto e integro, che, nel giro di un’ora, ha completamente riabilitato la mia famiglia.
Adesso ho sentito dire che un nuovo inquirente è stato incaricato di proseguire le indagini su questo caso.
Quel bastardo di Wú Èrlàngzĭ, mentre eravamo in prigione, stava sempre con Jiă Dànī, ma quando ha saputo che l’accusa contro di noi era caduta, è subito scappato.”
“Dopo aver subito una così grave ingiustizia” gli domandò Lăo Cán” perché non lo ha denunciato?”.
“Lei pensa che sia così facile denunciare qualcuno?”gli domandò il vecchio Wèi “Se lo denunciassi, mi chiederebbero di provare le mie accuse. Dovrei fornire delle prove inconfutabili, ma se non riuscissi a fornirle, sarebbe lui, a sua volta, ad accusarmi di calunnia. Come potrei sopportare una simile situazione? Il Cielo vede e provvede; anche per lui arriverà il giorno del castigo!"
"Che veleno sarebbe stato usato?” domandò Lăo Cán “Ne sapete qualcosa?”
"Chi lo sa?! “ gli rispose il vecchio Wèi ” Abbiamo in casa una anziana domestica, il cui marito si chiama Wáng Èr e fa il portatore d'acqua. Il giorno in cui si celebrava l'anniversario della morte di mio genero, Wáng Èr, che stava portando dell'acqua alla famiglia Jiă, vide giungere Wú Èrlàngzĭ che era andato là a chiacchierare. Si stavano cucinando gli spaghetti e Wáng Èr scorse Wú Èrlàngzĭ versare di soppiatto il contenuto di una boccetta nella pentola degli spaghetti e andar subito via. Wáng Èr ebbe qualche sospetto e, più tardi, quando in cucina gli fu offerto un piatto di spaghetti, non osò mangiarli. Meno di due ore dopo, scoppiò il finimondo. Wáng Èr non si azzardò a raccontare in giro ciò che aveva visto. Lo confidò tuttavia a sua moglie, che lo raccontò a mia figlia. Quando lo chiamai, si ostinò a ripetere che non ne sapeva nulla, ed anche sua moglie non ebbe il coraggio di dirmi nulla. Sono poi venuto a sapere che, una volta tornata a casa, Wáng Èr l'ha picchiata di brutto. Lei pensa che osino testimoniare in tribunale?"
Lăo Cán sospirò. Dopo aver lasciato la casa della famiglia Wèi, trovò Xǔ Liáng, gli raccontò ciò che aveva sentito e gli chiese di portargli subito Wáng Èr.
Il giorno dopo, Xǔ Liáng accompagnò Wáng Èr da Lăo Cán, che gli diede venti “tael” d'argento” a titolo di indennità (15) perché facesse da testimone, dicendogli che gli sarebbero serviti per il nutrimento e le provviste della sua famiglia. “Dopo che la questione sarà stata risolta” aggiunse ” ti daremo ancora cento “tael” d'argento".
All’inizio, Wáng Èr negò con veemenza di sapere qualcosa, ma vedendo i venti “tael d'argento” sul tavolo, cominciò a credere che la proposta fosse seria, anche se domandò con diffidenza: "Che garanzia posso avere che mi darete cento “tael” d'argento dopo che la questione sarà stata risolta?".
"Non preoccuparti!” gli disse Lăo Cán “Avrai i tuoi cento “tael” d'argento. Li depositerò in banca (16), se tu dichiarerai per iscritto quanto segue:' Ho visto di persona Wú Èrlàngzĭ versare qualcosa nella pentola degli spaghetti e sono disposto a testimoniare.' Conclusa la causa, la banca metterà a tua disposizione il denaro, che tu potrai ritirare. È un accordo vantaggioso per entrambe le parti ed assolutamente trasparente. Ti va bene?"
Poiché Wáng Èr si mostrava ancora un po' titubante, Xǔ Liáng tirò fuori cento “tael” d'argento e glieli porse, dicendo: " Noi non abbiamo paura che tu scappi, anzi ti paghiamo in anticipo. Che ne dici? Se proprio non li vuoi, lasciamo perdere".
Wáng Èr rifletté per un po', ma alla fine non ebbe la forza di rinunciare al denaro ed acconsentì.
Lăo Cán, prese il pennello e scrisse su un foglio la frase sopra menzionata. Poi invitò Wáng Èr a intascare il denaro e gli lesse la dichiarazione, chiedendogli di tracciare una croce sul foglio e di lasciarvi l'impronta della sua mano.
Immaginate: Quando mai, in vita sua, un portatore d'acqua di campagna ha visto due grossi lingotti d'argento? (17)
Naturalmente, Wáng Èr lasciò volentieri l'impronta della sua mano.
Xǔ Liáng (18) riferì a Lăo Cán: "Dicono che Wú Èrlàngzĭ si trovi nel capoluogo della provincia".
"Allora rechiamoci lì.” propose Lăo Cán” Però, dovresti prima trovare un informatore che ti aiuti a localizzarlo".
“Signorsì!” annuì Xǔ Liáng: "Ci ritroveremo nel capoluogo”.
Il giorno successivo, Lăo Cán si recò nella contea di Qíhé, dove informò Zĭjĭn della situazione, poi partì per il capoluogo, dopo aver congedato il carrettiere, ricompensandolo con un paio di “tael" d'argento. La sera stessa, fece rapporto a Yáo Yúnwēng, pregandolo di inoltrare la sua relazione al governatore della provincia e di ordinare alla contea di Lìchéng di inviare due agenti a supporto di Xǔ Liáng.
La sera seguente, Xǔ Liáng gli comunicò di aver scoperto che Wú Èrlàngzĭ intratteneva un rapporto appassionato con una prostituta del bordello Zhāng, situato nel vicolo a sud della strada principale, conosciuta come ‘La Bambina d’Argento’: “Di giorno gioca d'azzardo con alcuni loschi individui e di notte dorme con la ’Bambina d’Argento’.
“ La ‘Bambina d’Argento” vive da sola o abita con altre persone?” domandò Lăo Cán “Sai dirmi di quante stanze è composta la casa?”.
Xǔ Liáng rispose: " La casa è un bordello a gestione familiare. Due sorelle, che lavorano come prostitute, occupano tre stanze. Altre due stanze nell'ala ovest sono abitate dai loro genitori. Ci sono poi ancora due stanze nell'ala est: una serve da cucina e l'altra costituisce l'ingresso principale."
Sentito ciò, Lăo Cán annuì e disse: "Non dobbiamo agire avventatamente contro quest'uomo. Il caso è troppo serio; non sarà facile farlo confessare. La testimonianza di Wáng Èr, da sola, non basterà per metterlo alle strette." Poi confidò a Xǔ Liáng un piano dettagliato di semplice esecuzione. (19)
Dopo che Xǔ Liáng se ne fu andato, Lăo Cán ricevette una lettera del suo amico Yáo, il quale lo informava che il governatore era ansioso di vederlo e lo pregava di presentarsi nel suo ufficio l’indomani a mezzogiorno.
Lăo Cán rispose e, il giorno successivo, si recò al palazzo del governo, nell’ufficio di Yáo, il quale ordinò ad un suo subordinato di avvertire la segreteria del governatore.
Un quarto d'ora più tardi, lo convocarono nella “sala delle firme” (20), sulla cui soglia l’attendeva il governatore Zhāng. Lăo Cán fu invitato ad accomodarsi, entrò, fece un profondo inchino e si sedette.
"Chiedo scusa al Signor Governatore per non aver dato seguito al Suo ultimo invito.” esordì “Purtroppo, alcuni affari personali mi chiamavano altrove. Spero che il Signor Governatore mi perdoni.”
"Ho letto il Suo rapporto, l'altro giorno, "disse il governatore" e sono rimasto sconcertato dalla crudeltà di Yù Shǒu. Sono io il responsabile dei suoi eccessi e troverò il modo per rimediare in futuro. Tuttavia, non oso revocare ora la sua nomina, perché ciò vorrebbe dire sconfessare l’autorità".
“Il prestigio dell’autorità si difende proteggendo il popolo” osservò Lăo Cán "Non mi sembra che ci sarebbe nulla di male nel farlo”. (21)
Il governatore rimase in silenzio.
Conversarono ancora per un'altra mezz'ora, poi, dopo che fu servito il tè, Lăo Cán si congedò.
Nel giro di pochi giorni, Xǔ Liáng e Wú Èrlàngzĭ erano diventati amiconi: giocavano d’azzardo insieme ed insieme frequentavano i bordelli.
All’inizio Xǔ Liáng, giocando contro Wú Èrlàngzĭ, aveva perso quattrocento o cinquecento “tael d'argento”, che aveva pagato sull'unghia. Sebbene, in un primo momento, fosse stato considerato da Wú Èrlàngzĭ soltanto uno stupido bifolco, era riuscito gradualmente a guadagnarne la fiducia. Seguendo le istruzioni di Lăo Cán, aveva accompagnato Wú nel bordello della “Bambina d’Argento” e, successivamente, gli aveva vinto al gioco sette od ottocento “tael” d'argento. Wú aveva pagato cento o duecento “tael” in contanti, e , per il resto, lo aveva pregato di fargli credito.
Un giorno, Wú Èrlàngzĭ giocò a domino e perse. Doveva più di trecento “tael” d'argento ad altri giocatori e più di duecento a Xǔ Liáng. Volendo subito la rivincita, anche se non aveva quasi più denaro, propose agli altri : "Giochiamo ancora una volta, poi faremo i conti".
Tutti si opposero, dicendogli: "Non sei più nemmeno in grado di pagare ciò che hai appena perso; se perdi di nuovo, non farai che aumentare il tuo debito”.
"Ho ancora un sacco di soldi a casa ed ho sempre pagato tutti i miei debiti.”rispose affannosamente” Quando avremo fatto i conti definitivi, manderò qualcuno a casa a prendere il denaro”.
Gli altri scossero la testa.
A quel punto, si fece avanti Xǔ Liáng : "Amico mio, avrei un idea, ma vorrei sapere in quanto tempo puoi rimborsarmi. Sono disposto a prestarti io il denaro, ma ho urgente bisogno che tu me lo restituisca entro tre giorni, altrimenti subirei un pregiudizio nei miei affari".
Wú Èrlàngzĭ, ossessionato dalla voglia di giocare, rispose subito: "Puoi contarci!".
Allora Xǔ Liáng contò dei lingotti d’argento per il valore di cinquecento ”tael”. Una volta detratti gli oltre duecento “tael”dovuti a Xǔ Liáng, Wú si ritrovò in tasca un po’ più di duecento tael. (22)
Vedendo che non erano neppure sufficienti per ripagare completamente i suoi debiti di gioco (23), Wú implorò Xǔ Liáng: "Fratello, fratello! Prestami altri cinquecento “tael” e ti rimborserò non appena mi sarò rifatto al gioco.”
“E se non riuscirai a vincere, che succederà?” gli domandò Xǔ Liáng.
“Non preoccuparti! Ti prometto che domani ti rimborserò " gli rispose Wú.
"Le promesse non mi bastano.” ribattè Xǔ Liáng “Voglio un impegno scritto a rimborsarmi domani”.
"Va bene, va bene, va bene!" disse Wú, poi prese un pennello e scrisse l’impegno su un biglietto, che porse a Xǔ Liáng .
Ricevuti altri cinquecento “tael”, Wú pagò gli oltre trecento “tael” che doveva agli altri giocatori e si ritrovò in mano oltre quattrocento “tael”. (24)
Reso audace da questa nuova disponibilità di denaro, dichiarò: "Vado a giocare una mano!".
Ebbe fortuna e, con grande soddisfazione, vinse due mani di fila.
A questo punto, però, tutti gli altri abbassarono le loro puntate.
Wú si arrabbiò e cominciò a perdere: più puntava, più perdeva e più si arrabbiava. Prima di mezza notte, aveva già perso tutti i quattrocento “tael” d'argento.
Tra i giocatori c'era un uomo di cognome Táo, che tutti chiamavano Táo Sān (25) il grassone.
“Giochiamo ancora” propose Táo Sān.
In quel momento Wú Èrlàngzĭ aveva già perso tutti i suoi soldi e poteva soltanto stare a guardare.
Nella prima mano, Táo Sān fece un solo punto e perse l’intera posta. Nella seconda riuscì a realizzare otto punti, ma il mazziere ne fece nove e gli portò di nuovo via l’intera posta. (26)
Táo Sān sembrava ancora più sfortunato di Wú Èrlàngzĭ.
Quest’ultimo, intanto, si agitava, implorando di nuovo Xǔ Liáng: "Mio buon amico! Mio caro fratello! Mio buon nonnino! Per favore, prestami altri duecento ‘tael’ d'argento!".
Xǔ Liáng glieli prestò. (27)
Wú puntò cento tael sull’angolo superiore del cielo e gli altri cento sulla mano completa. (28)
“Amico” lo ammonì Xǔ Liáng “Punta di meno!”
"Non preoccuparti !” gli rispose Wú.
Le carte furono girate ed il mazziere perse. (29)
Wú guadagnò duecento tael, ne fu molto contento e mantenne il suo gioco.
Alla quarta mano, il mazziere perse contro il giocatore che gli stava di fronte e quello che doveva dare la carte dopo di lui, ma vinse contro il mazziere precedente (30), quindi Wú riperse i duecento "tael" che aveva guadagnato.
Nella seconda partita, alla prima mano, il mazziere vinse contro, tutti, e Wú perse i duecento tael che gli restavano.
Inaspettatamente, nelle mani successive, il mazziere cominciò a perdere.) Non solo Wú aveva già perso tutto, ma anche Xǔ Liáng non aveva più un soldo. (31)
Furioso, Xǔ Liáng prese il foglio con il riconoscimento di debito sottoscritto da Wú e lo gettò sul tavolo gridando a Táo Sān, che ora teneva il banco:” Prendilo! Punto tutto su questa mano”. (32)
“Neanche per sogno!” ribatté Táo” Questa è carta straccia!”
“Credi davvero che, se Wú venisse meno ai suoi impegni, io, Xῡ Liáng, non onorerei i miei debiti?”
I due quasi vennero alle mani.
Intervennero i presenti: “Amico Táo, hai già vinto parecchio. Perché vuoi rovinare i buoni rapporti tra i giocatori? Garantiamo noi per questi due. Se tu vinci e loro non ti pagano, ti pagheremo noi per loro”.
Táo non cedette e pretese una garanzia scritta da parte di Xǔ.
Sbuffando, Xǔ Liáng afferrò il pennello e scrisse la garanzia, specificando che si trattava del rimborso di un prestito e non di un debito di gioco. (33)
Solo a quel punto Táo accettò di giocare e disse a Xǔ : “Scegli il gioco che preferisci. Sono sicuro di vincere”.
“Smettila di vantarti” replicò Xǔ Liáng “ed estrai le tue maledette carte”. (34)
Una sola presa, con un minimo di sette punti.
Xǔ Liáng realizzò un “nove del cielo”.(35) Mostrò la sua mano e la posò sul tavolo dicendo: “Táo Sān, moccioso! Guarda la mano che ha tirato fuori tuo padre”.
Táo Sān guardò senza dire una parola e prese dal mazzo due carte. Diede un’occhiata alla prima, e poi estrasse lentamente la seconda ripetendo: "Terra! Terra! Terra!".
La girò e la posò sul tavolo dicendo: "Piccolo Xǔ. Guarda la mano di tuo nonno!"
Era una mano vincente: la combinazione "uomo” e “terra”. (36)
Táo Sān prese il riconoscimento di debito firmato da Xǔ Liáng e disse: "Mio caro Xǔ! Se domani non mi paghi, ci vediamo al tribunale della contea di Líchéng."
Ormai, Xǔ e Wú erano tutti e due senza soldi, ed era già passata l'una di notte, quindi dovettero andarsene.
Bussarono alla porta della “Bambina d’Argento”e chiesero che gli fosse portato subito del cibo perché stavano morendo di fame.
Poiché c’erano già degli ospiti nella stanza della “Bambina d’Oro”, i due andarono a sedersi nella stanza della “Bambina d’Argento”.
La “Bambina d’Argento” avvicinò il suo viso a quello di Xǔ Liáng e gli sussurrò: "Quanti soldi hai vinto oggi, amico mio? Non avresti qualche ‘tael’ da darmi per le mie spese?".
“Ho perso più di mille ‘tael’ ” le rispose Xǔ Liáng .
La ragazza si rivolse allora a Wú: "E tu, mio caro, hai vinto qualcosa?”.
“Non parliamone!” tagliò corto Wú.
In quel momento, portarono il cibo: una ciotola di pesce, una ciotola di carne di montone, due ciotole di verdure, quattro piattini di aperitivi e condimenti (37), una pentola piena di fonduta e due brocche di vino.
Xǔ Liáng domandò: "Perché fa così freddo oggi?"
La ragazza rispose: "Un vento di nord-ovest ha soffiato tutto il giorno e il cielo è coperto; sembra che nevicherà!"
I due uomini bevvero in silenzio, mandando giù una coppa dopo l’altra (38), e prima che se ne rendessero conto, erano entrambi completamente ubriachi.
Proprio allora, qualcuno bussò alla porta. La madre della “Bambina d’Argento”, Zhāng Dàjiāo, andò ad aprire e la si sentì dire: "Mi dispiace, signore, ma non abbiamo stanze disponibili. Per favore, torni domani".
L’uomo urlò: " Vaffanculo! Che cosa me ne frega, a me, delle vostre stanze? Siete un bordello o no, puttane bastarde? Se avete del coraggio, venite fuori a vedervela con me. Se non ce l'avete, abbassate la cresta e fatemi subito entrare". (39)
Era la voce di Táo Sān il grassone.
Sentendolo sbraitare, Xǔ Liáng si infuriò e voleva uscire ad affrontarlo, mentre la “Bambina d’argento” e sua sorella cercavano con tutte le loro forze di trattenerlo.
Che cosa accadde in seguito? Lo saprete nel prossimo capitolo.
(segue)
NOTE“ La ‘Bambina d’Argento” vive da sola o abita con altre persone?” domandò Lăo Cán “Sai dirmi di quante s
1) Il termine 印度草 (“yìndú căo”), letteralmente “erba indiana”, è di solito usato per indicare la “chiaretta verde” (“Andrographis paniculata”), una pianta d’origine indiana molto usata nella medicina tradizionale cinese, che non ha però proprietà velenose. Ritengo quindi che l’espressione intenda qui riferirsi, in modo generico, ad un farmaco di provenienza straniera che potrebbe essere usato, in certe condizioni, anche come veleno.
2) Il termine usato dai Cinesi per indicare gli stranieri, in particolare gli occidentali, è 洋人 (“yángrén”), cioè “uomini dell’oceano”, perché gli Europei e gli Americani erano giunti in Cina attraversando l’Oceano Pacifico.
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3) Il termine 頭兒 (“tóu er”) è un’espressione colloquiale usata per indicare il “capo”, il “responsabile di un servizio”. Ho tradotto, in modo più generico, il “sistema”, per indicare che anche Xǔ Míng fa parte della polizia o, comunque, ne conosce bene il funzionamento.
4) Come abbiamo già visto, i locali posti a disposizione di Lăo Cán nella locanda formavano una specie di ”suite “: si entrava quindi in una sorta di anticamera o di salotto da cui si passava ad una stanza interna. La richiesta di Xǔ Liáng di poter salutare Huán Cuì è motivata dalla sola esigenza di rispettare le regole della cortesia.
5) “Padiglione dei Dieci Lĭ”( 十里長亭 “shí lǐ cháng tíng”) è un'espressione idiomatica cinese, originariamente riferita ai padiglioni eretti ogni dieci lĭ (circa 5 chilometri) lungo le strade ufficiali durante le dinastie Qín 秦 e Hán 漢 per il riposo dei viaggiatori, che, in seguito, si trasformò in termine generico per indicare i luoghi in cui amici e parenti si salutavano al momento della partenza per un viaggio.
6) Yáo Yúnsōng è un alto funzionario del governatorato, che Lăo Cán ha conosciuto durante il suo soggiorno nel capoluogo ed al quale ha inviato il suo rapporto da Cáozhōu.
7) I caratteri 克扯斯 (“kèchèsī”) sono usati in cinese per designare il mitico eroe greco Ercole. Il nome o il cognome del prete potrebbe dunque essere Ercole, Ercoli, Hercule o Heracles, secondo il suo paese di provenienza.
(8) Nell’antico sistema monetario cinese il “qián” 錢 (“soldo”), che i mercanti occidentali traducevano con il termine “mace”, corrispondeva a circa 3,67 grammi ed era pari ad un decimo di “liáng” 兩 o “tael” d’argento (36,7 grammi). Noleggiare un carretto costava quindi all’incirca due “tael” d’argento la settimana.
9) Le case cinesi erano divise in una parte “pubblica”, in cui si svolgeva la vita sociale della famiglia e si ricevevano gli ospiti, e in una parte “privata”, in cui erano confinate le donne ed in cui non poteva normalmente entrare alcun estraneo.
10) Il termine “gῡnăinai” 姑奶奶 designa normalmente la prozia paterna, ma può anche essere usato come titolo di cortesia per indicare la figlia maritata della persona a cui ci si rivolge ed in questo caso assume il senso generico di “signora”.
11) Abbiamo letto in uno dei capitoli precedenti che il signor Jiă aveva costretto la figlia a troncare la relazione con Wú Èrlàngzĭ dopo essere venuto a conoscenza del comportamento libertino di quest'ultimo. Sebbene l'autore non fornisca alcun dettaglio a questo riguardo, si può immaginare che i sospetti del signor Jiă fossero stati destati da qualche informazione o da qualche chiacchiera riportate ingenuamente dalla figlia del signor Wèi.
12) Il termine “goῡdā” 勾搭" ha principalmente il significato di sedurre, commettere adulterio, avere rapporti sessuali illeciti o compiere azioni malvagie nella cornice di tali rapporti.Nel presente contesto, sembra dunque indicare una collusione volta a compiere un crimine per poter portare avanti liberamente una relazione sessuale non consentita.
(13) L’espressione “língchí´” 凌遲, letteralmente “taglio lento” era usata per indicare la pena di morte eseguita con il metodo dei “mille tagli”, tortura estremamente dolorosa che consisteva nell’asportare con un coltello piccole porzioni del corpo del condannato fino al sopraggiungere della morte. Questa pena, abolita soltanto nel 1905, era applicata a coloro che erano riconosciuti colpevoli di crimini particolarmente abbietti come ad es. l’alto tradimento o l’assassinio dei genitori.
(14) Il termine “qīnqī” 親戚 significa propriamente “familiare”, “parente”, ma, nel contesto, va piuttosto interpretato come “confidente”, “amico fidato”.
(15) Il termine “ ānjiāfèi" 安家費 designa il sussidio o il rimborso spese concesso dall’autorità ad una persona che è stata inviata in missione per garantire il mantenimento della sua famiglia. Nel caso specifico si può pensare che indichi un’indennità, generosamente calcolata, che viene accordata al testimone per compensare il mancato lucro dovuto al tempo che dovrà sottrarre al lavoro per deporre in tribunale.
(16) L’espressione 妥当闪子" (“tuǒ dàng pùzì”), letteralmente “negozio sicuro”, che compare frequentemente nei romanzi ambientati durante l’ultimo periodo della dinastia Qīng (come “I viaggi di Lăo Cán“), designa un ufficio di cambio, un negozio o un banco di pegni affidabile, degno di fiducia e di buona reputazione, presso il quale si può depositare del denaro. L’ho tradotta con “banca” anche se in Cina, negli ultimi anni del XIX° secolo, l’attività bancaria era ancora poco diffusa. Va tuttavia ricordato che qualche istituto bancario già era stato creato e che, in uno dei primi capitoli del romanzo, Lăo Cán deposita i propri risparmi presso un’agenzia bancaria.
(17) Un “tael”( 两 “liăng”) corrispondeva ad un peso d’argento di 37,5 grammi, pari al valore di un dollaro americano. Cento “tael” corrispondevano quindi a cento dollari USA, somma quasi favolosa per un bracciante cinese del XIX° secolo.
(18) La frase non ha un soggetto espressamente indicato. L’ultima persona di cui si fa menzione nelle frasi precedenti è Wáng Èr, ma il contesto lascia piuttosto pensare che la notizia sia riferita a Lăo Cán da Xǔ Liáng.
(19) Letteralmente la frase 一番詳細辦法無非是如此如此,這般這般 (“yī fān xiángxì bànfǎ, wúfēi shì rúcǐ rúcǐ, zhè bān zhè bān”) significa “un piano dettagliato che non era altro che questo e quello, da realizzare in questo modo e in quel modo”. Ciò lascerebbe pensare che essa sia seguita da una descrizione del piano, ma ciò non avviene. Ho perciò pensato che, con questa espressione, l’autore abbia piuttosto inteso dire “un piano dettagliato di semplice esecuzione”.
(20) Il termine “sala delle firme”( 簽押房 “ qiānyā fáng” ) si riferiva all’ufficio di un alto funzionario dove costui firmava i documenti ufficiali e vi apponeva il suo sigillo.
(21) Lăo Cán offre in questa scena del romanzo un bell’esempio di franchezza e di coraggio. Rimane da vedere se questa libertà di linguaggio fosse frequente anche nella vita reale.
(22) L’espressione “èrbǎi duō liăng “ 二百多兩 ", letteralmente “oltre duecento tael”, si riferisce a una somma compresa tra i 200 e i 300 “tael”. Essa è comunemente usata sia nel linguaggio parlato sia in quello scritto per esprimere un numero approssimativo.
(23) Abbiamo visto che i debiti di gioco di Wú Èrlàngzĭ ammontano complessivamente ad una somma compresa tra i 500 e i 600 tael. Al momento di riceverne in prestito 500, Wú si rende conto che non gli basteranno nemmeno per estinguere i debiti e meno che mai per continuare a giocare.
(24) Wú Èrlàngzĭ riceve in totale da Xǔ Liáng 1000 “tael” d’argento. Ripagati i debiti di gioco, che ammontano a più di 500 “tael”, gli restano più di 400 “tael” per continuare a giocare.
(25) Nella Cina imperiale ai nomi delle persone si aggiungeva abitualmente un aggettivo numerale che indicava il loro ordine d’importanza nella gerarchia familiare. In questo caso, Táo Sān 陶三 significa Táo il terzo.
(26) Ho qui sintetizzato l’esito della partita, descritto dall'autore con termini tecnici che richiedono, per essere spiegati, una buona conoscenza del gioco. Se interpreto più o meno correttamente questi termini, Táo, che è il giocatore opposto al mazziere (giocatore chiamato “tiān mén" 天門, cioè “porta del palazzo celeste”) realizza un “otto di terra”( “de zhī bā” 地之八), cioè una combinazione rappresentata da una tessera “terra” ( “de pái” 地牌), che vale due punti, e da una tessera che vale otto punti, la quale può essere un “uomo (“rén pái” 人牌) o un “otto misto (“zá bā” 杂八”). Secondo le regole del gioco,questa combinazione ha tuttavia un valore relativamente basso. Il mazziere le oppone una combinazione che vale nove punti ed incamera tutta la posta.
(27) Prestando a Wú Èrlàngzĭ questi duecento “tael”, Xǔ Liáng dovrebbe aver esaurito l’importo a sua disposizione, che è rappresentato, se ricordiamo bene ciò che è stato raccontato nei precedenti capitoli, dai mille “tael” che il signor Wèi aveva pagato a Gāng e che erano stati provvisoriamente trattenuti dal giudice Bái.
(28) Comincia qui una descrizione dettagliata di una partita di domino cinese. Non conoscendo le regole del gioco, tradurrò letteralmente i termini tecnici utilizzati in questa descrizione, riservandomi di spiegarli meglio quando troverò una documentazione specifica a questo riguardo. L’espressione 天上角 “tiān shàng jiăo” significa letteralmente “angolo superiore del cielo”, l’espressione 通 “tōng” equivale a ”mano completa".
(29) L’espressione “ zhuāngjiā què shì yīgè bì shí” 莊家卻是一個斃十 significa letteralmente “il banco realizzò dieci punti”. Il termine "bì shí" 斃十 trae origine dai giochi di dadi e di carte e si riferisce a una mano o a un lancio di dadi in cui la somma dei punti è dieci. Di solito un "dieci" vale zero punti o una somma molto bassa, a significare estrema sfortuna o disgrazia nel gioco.
(30) Immaginando che i giocatori siano quattro,Wú potrebbe essere il mazziere. Se la posta in gioco è di 200 “tael” per giocatore, vincendo contro uno degli avversari e perdendo contro gli altri due Wú perde i 200 “tael” che ha guadagnato e rimane con i 200 “tael” iniziali.
(31) Se Wú ha già perso tutto, si può immaginare che Xǔ Liáng abbia ancora qualche soldo e prenda il banco. Presto però, perde tutto anche lui.
(32) Il termine “gū dīng” 孤丁 è un termine del gioco d'azzardo che si riferisce specificamente al fatto di puntare tutto il denaro su una singola combinazione o una singola carta. Si potrebbe tradurre con “ o tutto o niente” oppure con “ o la va o la spacca”.
(33) La precisazione appare necessaria perché, come accade normalmente in tutti gli ordinamenti giuridici, i debiti di gioco non sono riconosciuti dalla legge e non si può agire in giudizio per ottenerne il pagamento.
(34) Il termine “shăizĭ” 骰子 indica i “dadi”, ma poiché in seguito si parla di “pái” 簰, termine che designa una “carta” o una “tessera”, ho pensato ad una disattenzione dell’autore che potrebbe aver voluto riferirsi con il termine “dadi” alle “tessere del domino”, che ricordano vagamente i dadi.
(35) Il termine “nove del cielo”(“ tiān zhī jiǔ” 天之九) indica, nel domino cinese, un punteggio molto alto ed è poi stato utilizzato come denominazione del gioco stesso.
(36) L’espressione “rén dì xiāngyí de de gàng”人地 相宜 的 地杠 si riferisce a una combinazione vincente ad alto punteggio costituita da una carta “uomo” (“rén dì” 人地 6-6) e e da una carta “terra”( “de gàng” 1-1 地杠), per un totale di 14 punti.
Mi riservo di correggere le spiegazioni piuttosto generiche fin qui fornite qualora riuscissi a trovare una documentazione più specifica e dettagliata sul gioco del domino cinese.
(37) Il termine “dié zi” 碟子 si riferisce a un piccolo recipiente poco profondo usato per contenere piccole quantità di cibo o condimenti.
(38) Il termine “yī tì” 一替 può significare “a turno”, “alternandosi”. L’uso cinese non prevede infatti che, quando si beve in gruppo, ciascuno si versi liberamente il vino, ma richiede ad ogni membro del gruppo di riempire la coppa del vicino di tavola non appena si accorga che è vuota.Questo sistema fa sì che le coppe siano sempre piene e garantisce che tutti si ubriachino rapidamente.
(39) Il linguaggio di Táo Sān è deliberatamente volgare.Egli sfida le donne ad affrontarlo e, se non ne hanno il coraggio, a cedere alle sue pretese: “wǒ sì gè zhuǎzǐ yīqí wàngwài bā!” 我四個爪子一齊望外扒, cioè “ prostratevi subito davanti alle mie quattro grinfie”.
Nel frattempo, Lăo Cán, che Sua Eccellenza Bái aveva incaricato di proseguire l’inchiesta e che era tornato alla locanda nel pomeriggio di quel giorno, stava riflettendo sul da farsi.
Il locandiere venne ad informarlo che l’agente di polizia, Xǔ Liàng chiedeva di essere ricevuto.
"Fatelo entrare" rispose Lăo Cán.
Xǔ Liàng entrò nella stanza, si inchinò e si fece avanti, dicendo: "Per favore, Eccellenza, datemi istruzioni: devo rimanere qui ad eseguire i vostri ordini o è meglio che mi rechi subito sul luogo dell’indagine? La contea ha già stanziato mille tael d'argento: devono essere inviati qui o vanno tenuti in cassa per essere usati più tardi?”
“Quel denaro non ci serve ancora.” disse Lăo Cán “Teniamolo in cassa per il momento”
poi osservò: ”Questo caso è davvero difficile da gestire. È quasi certo che siamo di fronte ad un avvelenamento, ma non è stato usato alcun veleno conosciuto. Ci sono due punti che attirano l’attenzione: le articolazioni non sono rigide e il loro colore rimane invariato. Sospetto che si tratti di un veleno d’origine occidentale, probabilmente qualcosa come l’ ”erba indiana” (1). Domani ritornerò al capoluogo di provincia; lì c'è una grande farmacia che vende anche prodotti occidentali. Indagherò. Tu vai subito al villaggio di Qídōng e cerca di scoprire, di nascosto, se c’è qualcuno che ha rapporti con gli stranieri. (2) Sarebbe interessante riuscire ad individuare l'origine di questo veleno. Dove potremo incontrarci?"
Xǔ Liàng disse: "Ho un fratello di nome Xǔ Míng, che mi ha accompagnato qui. Lasciate che si ponga al vostro servizio, Signore. Anche lui conosce bene il sistema (3), quindi potrà gestire le cose senza problemi".
"Molto bene" annuì Lăo Cán.
Xǔ Liàng fece un cenno a qualcuno che stava dinanzi alla porta della stanza e un uomo sulla trentina entrò, inchinandosi profondamente.
"Questo è mio fratello " disse Xǔ Liàng , poi, rivolgendosi a Xǔ Míng , gli ordinò: "Tu rimarrai qui, agli ordini del signor Tiē”.
Dopo di ciò, Xǔ Liàng disse : "Vorrei rendere omaggio alla vostra concubina". Lăo Cán sollevò la tenda della stanza interna e vide Huán Cuì seduta accanto alla finestra. Fece allora entrare i due uomini che si inchinarono. La ragazza si inchinò, a sua volta, a ciascuno dei due. (4)
Xǔ Liàng accompagnò quindi Xǔ Míng a casa per recuperare i bagagli.
Verso sera tornò alla locanda anche Huáng Rénruì, che disse: "Sarei dovuto partire già un paio di giorni fa, ma ero preoccupato per questa faccenda e Zĭjĭn mi ha trattenuto qui. Ora che la parte più importante del caso è stata risolta, ritornerò al capoluogo di provincia per riprendere servizio domattina presto".
"Ritorno al capoluogo pure io ” disse Lăo Cán “ Prima di tutto, voglio recarmi nella farmacia che vende anche prodotti occidentali e in altri posti per raccogliere informazioni sui veleni; in secondo luogo, devo trovare un posto per depositare le mie cose, in modo da potermi spostare con maggiore facilità.”
"La mia casa è molto spaziosa. Perché non resti con me per il`momento? ” propose Rénruì “Se non ti troverai a tuo agio, potremo cercare un altro posto più tardi. D’accordo?"
"Sarebbe perfetto" rispose Lăo Cán.
L'anziana domestica che serviva Huán Cuì non era disposta a trasferirsi nel capoluogo di provincia. Allora Xǔ Míng suggerì: "Mia moglie può accompagnare la signora e tornare indietro dopo che avremo trovato una nuova domestica".
Tutto fu organizzato a dovere. Huán Cuì non ebbe altra scelta che chiamare il fratellino e dargli qualche tael d'argento. Gli addii furono commoventi.
Xǔ Míng si occupò della carrozza e delle altre incombenze.
Il mattino seguente, partirono tutti insieme. Giunti al Fiume Giallo, Lăo Cán e Rénruì scesero dalla carrozza intenzionati, per prudenza, ad attraversare a piedi il fiume ghiacciato. Un’altra carrozza era ferma sulla riva del fiume. Vedendoli arrivare, una donna saltò giù, abbracciò Huán Cuì e scoppiò a piangere.
Chi era? Si scoprì che Rénruì, dovendo partire presto quel giorno, non aveva fatto venire alla locanda Cuí Huā e aveva incaricato Huáng Shĕng di regolare tutte le spese. Cui Huā, temendo che qualche funzionario della contea potesse cacciarla via, non aveva osato andare alla locanda di sua iniziativa e non aveva chiuso occhio per tutta la notte. All'alba, aveva noleggiato una carrozza per aspettarli sulla riva del Fiume Giallo e salutarli come si fa nei “padiglioni dei dieci lĭ” (5). Dopo averla lasciata piangere un po’ , Lăo Cán e Rénruì le dissero qualche parola di conforto, e poi attraversarono a piedi il fiume ghiacciato.
Il capoluogo della provincia distava soltanto una ventina di chilometri. Non impiegarono molto tempo per arrivare alla villa di Huáng RénruÌ a Dōngjiàndào, scesero dalla carrozza ed entrarono. Huáng Renrui, come è ovvio, svolse perfettamente i suoi doveri di anfitrione.
Dopo cena, Lăo Cán mandò Xǔ Míng a comprare i bagagli, mentre lui stesso si recò alla farmacia che vendeva anche prodotti occidentali e interrogò con cura uno dei commessi. Scoprì che la farmacia vendeva solo vari prodotti preconfezionati, importati da Shànghăi, ma nessuna sostanza medicinale occidentale sotto forma galenica. Quando Lăo Cán gli menzionò i nomi scientifici di alcune piante medicinali, il commesso nemmeno li capì. Lăo Cán si rese dunque conto che non stava di certo seguendo la pista giusta.
Un po’deluso, decise di andare a trovare Yáo Yúnsōng (6), che abitava nelle vicinanze. Fortunatamente, Yáo era a casa e lo invitò a cena.
"Riguardo ai fatti della contea di Qíhé” osservò Yáo” sono stato informato che Bái Zĭshòu è arrivato qui ieri sera e ha avuto un colloquio con il governatore, al quale ha spiegato chiaramente la situazione e ha riferito che ti aveva chiesto di occuparti del caso. Il governatore ne è stato felicissimo, ma non immaginava che tu saresti passato di qui. Andrai a rendergli visita domani?”.
“Non posso” rispose Lăo Cán” Purtroppo ho altri impegni”.
Poi accennò alla lettera che gli aveva inviato da Cáozhōu: "Cosa hai detto al governatore?"
“Gli ho mostrato la lettera.” rispose Yáo “ Dopo averla letta, è rimasto angosciato per diversi giorni ed ha promesso che d'ora in poi non lo avrebbe più sostenuto apertamente".
"Perché non lo destituisce dall’incarico e non gli ordina di ritornare qui?” domandò Lăo Cán.
"Si vede proprio che non conosci il funzionamento dell’ amministrazione” gli rispose Yáo sorridendo” Come puoi pensare di destituire e richiamare qualcuno che hai sostenuto e protetto fino ad un attimo prima? Quale governatore in tutto l’impero sarebbe disposto a riconoscere pubblicamente i propri errori? È già raro trovarne uno, come il nostro, disposto ad ammettere di aver sbagliato ".
Lăo Cán annuì. Conversarono ancora a lungo prima che Lăo Cán tornasse finalmente a casa.
ll giorno dopo fece visita al prete della chiesa cattolica, che si chiamava Heracles (7) ed era esperto sia di medicina occidentale sia di chimica.
Lăo Cán era molto soddisfatto di aver trovato questa soluzione ed espose il caso al prete, chiedendogli di quale veleno si potesse trattare. Il prete rifletté a lungo, ma non gli venne alcuna idea. Cercò anche tra i suoi libri, ma non riuscì a trovare una risposta. "Chiederò a qualcun altro” concluse “ Le mie conoscenze non sono sufficienti".
Lăo Cán ne rimase profondamente deluso. Vedendo che, nel capoluogo della provincia, non era riuscito a tirar fuori un ragno dal buco, fece le valigie e, accompagnato da Xǔ Míng, si recò nel capoluogo della contea di Qíhé.
Si trattava ora di decidere come indagare nel villaggio di Qídōng.
Lăo Cán fabbricò rapidamente una collana di campanellini, comprò una vecchia scatola di medicine e preparò molte erbe medicinali, poi disse a Xǔ Míng di non accompagnarlo, ma di aspettarlo al villaggio, dove avrebbero dovuto fingere di incontrarsi per caso.
Dopo che Xǔ Míng fu partito, Lăo Cán, noleggiò un carretto per la durata di un mese, al prezzo di tre soldi d’argento al giorno (8), ma, volendo tener nascosto lo scopo della sua missione al carrettiere, per timore che costui non lo divulgasse, gli disse: "Vorrei praticare la medicina, però vedo che qui, nel capoluogo della contea, non c'è praticamente margine per questa attività. Ci sono città o villaggi importanti nelle vicinanze?".
Il carrettiere gli rispose: " A nord-est, ad una lontananza di circa 45 “lĭ” dal capoluogo, c`è un grosso villaggio, molto vivace, chiamato Qídōng, in cui si svolge il 3 e l’8 di ogni mese un grande mercato, che attrae gente da decine di chilometri di distanza. Perché non vai lÌ a provare se puoi realizzare un po' di affari?".
Camminando avanti e indietro lungo l’arteria principale del villaggio, Lăo Cán esaminava le locande che sorgevano ai lati della strada.
Avendone trovata, sul lato orientale, una chiamata la “Locanda delle Tre Armonie”, che sembrava abbastanza pulita, prese una stanza nell'ala ovest dell’edificio. Poiché la stanza era dotata di un grande “káng”, fece dormire il carrettiere ad un'estremità della piattaforma, mentre lui si coricava all’altra estremità.
Dopo aver dormito fino alle prime ore del mattino ed aver poi fatto colazione, uscì per strada suonando i suoi campanellini e vagò senza meta per le vie ed i vicoli del villaggio.
Verso mezzogiorno, arrivò in una stradina a nord della strada principale, dove c'era una grande guardiola.
Pensando che doveva trovarsi di fronte ad un’importante fattoria, Lăo Cán si fermò e suonò con forza i suoi campanellini.
Un uomo anziano, con la barba nera, uscì e gli chiese: "Sai come curare le ferite?".
"Un po' " rispose Lăo Cán.
L’anziano rientrò in casa e poi ne uscì di nuovo, invitando Lăo Cán a seguirlo all’interno. Varcato il grande portone d’ingresso, si incontrava un secondo portone, dietro il quale si apriva la stanza principale.
Lăo Cán fu accompagnato in una stanza laterale, dove un vecchio stava seduto sul bordo del kang. Vedendolo entrare, il vecchio si alzò e gli disse: "Si accomodi, per favore!”".
Sebbene avesse riconosciuto Wèi Qiān, Lăo Cán gli domandò : "Qual è il suo cognome, signore?".
“Mi chiamo Wèi “ fu la risposta. “ E Lei, come si chiama?”.
"Il mio cognome è Jīn" rispose Lăo Cán.
"Mia figlia soffre di dolori agli arti. “ disse Wèi Qiān “Esiste una medicina che possa curarla?".
"Non posso prescriverle una medicina senza averla visitata." precisò Lăo Cán.
“Lei ha ragione” riconobbe Wèi Qiān e mandò qualcuno ad informare i familiari che stavano nel retro della casa. (9)
Dopo un po', qualcuno dall'interno disse: "Prego, entrate!".
Wèi Qiān condusse quindi Lăo Cán nell'ala orientale della casa, dietro la sala principale. Quest'ala era composta da tre stanze, due munite di finestre ed una senza aperture verso l’esterno.
Entrato nella stanza interna, Lăo Cán vide una donna sulla trentina, dall'aspetto emaciato, seduta a gambe incrociate sul “kang” ed appoggiata ad un tavolino basso. La donna cercò faticosamente di alzarsi, ma sembrava debole ed incapace di stare in piedi.
“Non si muova” le ripetè più volte Lăo Cán” Lasci che Le prenda il polso!”.
Il Vecchio Wèi fece sedere Lăo Cán davanti alla donna, poi prese uno sgabello e gli si sedette accanto.
Dopo aver preso il polso dal lato destro e dal lato sinistro, Lăo Cán disse: "La signora soffre di una stasi sanguigna. Per favore, lasciate che esamini le sue mani".
La signora Wei posò le mani sul tavolinetto.
Lăo Cán le guardò e notò che erano ammaccate e violacee alle giunture.
Non poté fare a meno di sospirare e disse: "Signore, dovrei fare un’osservazione, ma temo di apparire maleducato.”
"Parli pure liberamente" gli rispose il vecchio Wèi.
"Non se ne abbia a male, ma queste mi sembrano essere le conseguenze dell’applicazione della tortura. Se la signora non sarà curata tempestivamente, rischia la paralisi degli arti”.
Il vecchio Wèi sospirò e disse: "`E proprio così! Per favore, la curi secondo i sintomi che presenta. Se guarirà, Le prometto una generosa ricompensa".
Lao Can scrisse una ricetta e se ne andò, dicendo: "Spero che funzioni. Io alloggerò alla “Locanda delle Tre Armonie”. In caso di bisogno venga a chiamarmi".
Da quel momento in poi, Lăo Cán visitò ogni giorno la malata. Trascorsi tre o quattro giorni, era entrato in confidenza con il vecchio Wèi che lo invitò a trattenersi per bere qualcosa insieme.
Lăo Cán colse allora l’occasione per domandare come fosse potuto accadere che i membri di una famiglia benestante quale la famiglia Wèi venissero sottoposti alla tortura.
Il vecchio Wèi gli rispose : "È naturale, signor Jīn, che un forestiero come lei non sappia che cosa è successo.
Mia figlia era sposata col primogenito della famiglia Jiă, che è morto l'anno scorso.
Sua cognata, Jiă Dànī, flirtava con Wú Èrlàngzĭ di Xīcῡn, per il quale nutriva da tempo un sentimento corrisposto.
Qualche anno fa, mia figlia, senza rendersene conto, fece saltare la loro relazione (11) e, da allora, Jiă Dànī nutre per lei un odio implacabile.
Questa primavera, mentre si trovava a casa di sua zia, Jiă Dànī ha cominciato a complottare con Wú Èrlàngzĭ (12). Non so che tipo di veleno abbia usato, ma ha sterminato l'intera famiglia Jiă, e poi è andata in prefettura ad accusare mia figlia di omicidio.
È saltato allora fuori quel funzionario maledetto di nome Gāng, degno di perire tra i tormenti, il quale ha sostenuto senza deflettere che i tortini di luna da noi inviati alla famiglia Jiă contenevano arsenico. Non so quante volte la mia povera figlia è stata torturata fin quasi a morirne.
Per nostra fortuna, l’accusa di assassinio (13) lanciata contro di noi è venuta a cadere.
Il governatore, infatti, ha mandato un suo confidente (14) ad indagare in incognito. Quest’uomo, che soggiornava alla Locanda della Porta Meridionale, ha scoperto la nostra innocenza ed ha fatto rapporto al governatore, il quale ha ordinato la nostra immediata liberazione.
Meno di dieci giorni dopo, il governatore ha inviato un altro inquirente, il giudice Bái, un funzionario davvero giusto e integro, che, nel giro di un’ora, ha completamente riabilitato la mia famiglia.
Adesso ho sentito dire che un nuovo inquirente è stato incaricato di proseguire le indagini su questo caso.
Quel bastardo di Wú Èrlàngzĭ, mentre eravamo in prigione, stava sempre con Jiă Dànī, ma quando ha saputo che l’accusa contro di noi era caduta, è subito scappato.”
“Dopo aver subito una così grave ingiustizia” gli domandò Lăo Cán” perché non lo ha denunciato?”.
“Lei pensa che sia così facile denunciare qualcuno?”gli domandò il vecchio Wèi “Se lo denunciassi, mi chiederebbero di provare le mie accuse. Dovrei fornire delle prove inconfutabili, ma se non riuscissi a fornirle, sarebbe lui, a sua volta, ad accusarmi di calunnia. Come potrei sopportare una simile situazione? Il Cielo vede e provvede; anche per lui arriverà il giorno del castigo!"
"Che veleno sarebbe stato usato?” domandò Lăo Cán “Ne sapete qualcosa?”
"Chi lo sa?! “ gli rispose il vecchio Wèi ” Abbiamo in casa una anziana domestica, il cui marito si chiama Wáng Èr e fa il portatore d'acqua. Il giorno in cui si celebrava l'anniversario della morte di mio genero, Wáng Èr, che stava portando dell'acqua alla famiglia Jiă, vide giungere Wú Èrlàngzĭ che era andato là a chiacchierare. Si stavano cucinando gli spaghetti e Wáng Èr scorse Wú Èrlàngzĭ versare di soppiatto il contenuto di una boccetta nella pentola degli spaghetti e andar subito via. Wáng Èr ebbe qualche sospetto e, più tardi, quando in cucina gli fu offerto un piatto di spaghetti, non osò mangiarli. Meno di due ore dopo, scoppiò il finimondo. Wáng Èr non si azzardò a raccontare in giro ciò che aveva visto. Lo confidò tuttavia a sua moglie, che lo raccontò a mia figlia. Quando lo chiamai, si ostinò a ripetere che non ne sapeva nulla, ed anche sua moglie non ebbe il coraggio di dirmi nulla. Sono poi venuto a sapere che, una volta tornata a casa, Wáng Èr l'ha picchiata di brutto. Lei pensa che osino testimoniare in tribunale?"
Lăo Cán sospirò. Dopo aver lasciato la casa della famiglia Wèi, trovò Xǔ Liáng, gli raccontò ciò che aveva sentito e gli chiese di portargli subito Wáng Èr.
Il giorno dopo, Xǔ Liáng accompagnò Wáng Èr da Lăo Cán, che gli diede venti “tael” d'argento” a titolo di indennità (15) perché facesse da testimone, dicendogli che gli sarebbero serviti per il nutrimento e le provviste della sua famiglia. “Dopo che la questione sarà stata risolta” aggiunse ” ti daremo ancora cento “tael” d'argento".
All’inizio, Wáng Èr negò con veemenza di sapere qualcosa, ma vedendo i venti “tael d'argento” sul tavolo, cominciò a credere che la proposta fosse seria, anche se domandò con diffidenza: "Che garanzia posso avere che mi darete cento “tael” d'argento dopo che la questione sarà stata risolta?".
"Non preoccuparti!” gli disse Lăo Cán “Avrai i tuoi cento “tael” d'argento. Li depositerò in banca (16), se tu dichiarerai per iscritto quanto segue:' Ho visto di persona Wú Èrlàngzĭ versare qualcosa nella pentola degli spaghetti e sono disposto a testimoniare.' Conclusa la causa, la banca metterà a tua disposizione il denaro, che tu potrai ritirare. È un accordo vantaggioso per entrambe le parti ed assolutamente trasparente. Ti va bene?"
Poiché Wáng Èr si mostrava ancora un po' titubante, Xǔ Liáng tirò fuori cento “tael” d'argento e glieli porse, dicendo: " Noi non abbiamo paura che tu scappi, anzi ti paghiamo in anticipo. Che ne dici? Se proprio non li vuoi, lasciamo perdere".
Wáng Èr rifletté per un po', ma alla fine non ebbe la forza di rinunciare al denaro ed acconsentì.
Lăo Cán, prese il pennello e scrisse su un foglio la frase sopra menzionata. Poi invitò Wáng Èr a intascare il denaro e gli lesse la dichiarazione, chiedendogli di tracciare una croce sul foglio e di lasciarvi l'impronta della sua mano.
Immaginate: Quando mai, in vita sua, un portatore d'acqua di campagna ha visto due grossi lingotti d'argento? (17)
Naturalmente, Wáng Èr lasciò volentieri l'impronta della sua mano.
Xǔ Liáng (18) riferì a Lăo Cán: "Dicono che Wú Èrlàngzĭ si trovi nel capoluogo della provincia".
"Allora rechiamoci lì.” propose Lăo Cán” Però, dovresti prima trovare un informatore che ti aiuti a localizzarlo".
“Signorsì!” annuì Xǔ Liáng: "Ci ritroveremo nel capoluogo”.
Il giorno successivo, Lăo Cán si recò nella contea di Qíhé, dove informò Zĭjĭn della situazione, poi partì per il capoluogo, dopo aver congedato il carrettiere, ricompensandolo con un paio di “tael" d'argento. La sera stessa, fece rapporto a Yáo Yúnwēng, pregandolo di inoltrare la sua relazione al governatore della provincia e di ordinare alla contea di Lìchéng di inviare due agenti a supporto di Xǔ Liáng.
La sera seguente, Xǔ Liáng gli comunicò di aver scoperto che Wú Èrlàngzĭ intratteneva un rapporto appassionato con una prostituta del bordello Zhāng, situato nel vicolo a sud della strada principale, conosciuta come ‘La Bambina d’Argento’: “Di giorno gioca d'azzardo con alcuni loschi individui e di notte dorme con la ’Bambina d’Argento’.
“ La ‘Bambina d’Argento” vive da sola o abita con altre persone?” domandò Lăo Cán “Sai dirmi di quante stanze è composta la casa?”.
Xǔ Liáng rispose: " La casa è un bordello a gestione familiare. Due sorelle, che lavorano come prostitute, occupano tre stanze. Altre due stanze nell'ala ovest sono abitate dai loro genitori. Ci sono poi ancora due stanze nell'ala est: una serve da cucina e l'altra costituisce l'ingresso principale."
Sentito ciò, Lăo Cán annuì e disse: "Non dobbiamo agire avventatamente contro quest'uomo. Il caso è troppo serio; non sarà facile farlo confessare. La testimonianza di Wáng Èr, da sola, non basterà per metterlo alle strette." Poi confidò a Xǔ Liáng un piano dettagliato di semplice esecuzione. (19)
Dopo che Xǔ Liáng se ne fu andato, Lăo Cán ricevette una lettera del suo amico Yáo, il quale lo informava che il governatore era ansioso di vederlo e lo pregava di presentarsi nel suo ufficio l’indomani a mezzogiorno.
Lăo Cán rispose e, il giorno successivo, si recò al palazzo del governo, nell’ufficio di Yáo, il quale ordinò ad un suo subordinato di avvertire la segreteria del governatore.
Un quarto d'ora più tardi, lo convocarono nella “sala delle firme” (20), sulla cui soglia l’attendeva il governatore Zhāng. Lăo Cán fu invitato ad accomodarsi, entrò, fece un profondo inchino e si sedette.
"Chiedo scusa al Signor Governatore per non aver dato seguito al Suo ultimo invito.” esordì “Purtroppo, alcuni affari personali mi chiamavano altrove. Spero che il Signor Governatore mi perdoni.”
"Ho letto il Suo rapporto, l'altro giorno, "disse il governatore" e sono rimasto sconcertato dalla crudeltà di Yù Shǒu. Sono io il responsabile dei suoi eccessi e troverò il modo per rimediare in futuro. Tuttavia, non oso revocare ora la sua nomina, perché ciò vorrebbe dire sconfessare l’autorità".
“Il prestigio dell’autorità si difende proteggendo il popolo” osservò Lăo Cán "Non mi sembra che ci sarebbe nulla di male nel farlo”. (21)
Il governatore rimase in silenzio.
Conversarono ancora per un'altra mezz'ora, poi, dopo che fu servito il tè, Lăo Cán si congedò.
Nel giro di pochi giorni, Xǔ Liáng e Wú Èrlàngzĭ erano diventati amiconi: giocavano d’azzardo insieme ed insieme frequentavano i bordelli.
All’inizio Xǔ Liáng, giocando contro Wú Èrlàngzĭ, aveva perso quattrocento o cinquecento “tael d'argento”, che aveva pagato sull'unghia. Sebbene, in un primo momento, fosse stato considerato da Wú Èrlàngzĭ soltanto uno stupido bifolco, era riuscito gradualmente a guadagnarne la fiducia. Seguendo le istruzioni di Lăo Cán, aveva accompagnato Wú nel bordello della “Bambina d’Argento” e, successivamente, gli aveva vinto al gioco sette od ottocento “tael” d'argento. Wú aveva pagato cento o duecento “tael” in contanti, e , per il resto, lo aveva pregato di fargli credito.
Un giorno, Wú Èrlàngzĭ giocò a domino e perse. Doveva più di trecento “tael” d'argento ad altri giocatori e più di duecento a Xǔ Liáng. Volendo subito la rivincita, anche se non aveva quasi più denaro, propose agli altri : "Giochiamo ancora una volta, poi faremo i conti".
Tutti si opposero, dicendogli: "Non sei più nemmeno in grado di pagare ciò che hai appena perso; se perdi di nuovo, non farai che aumentare il tuo debito”.
"Ho ancora un sacco di soldi a casa ed ho sempre pagato tutti i miei debiti.”rispose affannosamente” Quando avremo fatto i conti definitivi, manderò qualcuno a casa a prendere il denaro”.
Gli altri scossero la testa.
A quel punto, si fece avanti Xǔ Liáng : "Amico mio, avrei un idea, ma vorrei sapere in quanto tempo puoi rimborsarmi. Sono disposto a prestarti io il denaro, ma ho urgente bisogno che tu me lo restituisca entro tre giorni, altrimenti subirei un pregiudizio nei miei affari".
Wú Èrlàngzĭ, ossessionato dalla voglia di giocare, rispose subito: "Puoi contarci!".
Allora Xǔ Liáng contò dei lingotti d’argento per il valore di cinquecento ”tael”. Una volta detratti gli oltre duecento “tael”dovuti a Xǔ Liáng, Wú si ritrovò in tasca un po’ più di duecento tael. (22)
Vedendo che non erano neppure sufficienti per ripagare completamente i suoi debiti di gioco (23), Wú implorò Xǔ Liáng: "Fratello, fratello! Prestami altri cinquecento “tael” e ti rimborserò non appena mi sarò rifatto al gioco.”
“E se non riuscirai a vincere, che succederà?” gli domandò Xǔ Liáng.
“Non preoccuparti! Ti prometto che domani ti rimborserò " gli rispose Wú.
"Le promesse non mi bastano.” ribattè Xǔ Liáng “Voglio un impegno scritto a rimborsarmi domani”.
"Va bene, va bene, va bene!" disse Wú, poi prese un pennello e scrisse l’impegno su un biglietto, che porse a Xǔ Liáng .
Ricevuti altri cinquecento “tael”, Wú pagò gli oltre trecento “tael” che doveva agli altri giocatori e si ritrovò in mano oltre quattrocento “tael”. (24)
Reso audace da questa nuova disponibilità di denaro, dichiarò: "Vado a giocare una mano!".
Ebbe fortuna e, con grande soddisfazione, vinse due mani di fila.
A questo punto, però, tutti gli altri abbassarono le loro puntate.
Wú si arrabbiò e cominciò a perdere: più puntava, più perdeva e più si arrabbiava. Prima di mezza notte, aveva già perso tutti i quattrocento “tael” d'argento.
Tra i giocatori c'era un uomo di cognome Táo, che tutti chiamavano Táo Sān (25) il grassone.
“Giochiamo ancora” propose Táo Sān.
In quel momento Wú Èrlàngzĭ aveva già perso tutti i suoi soldi e poteva soltanto stare a guardare.
Nella prima mano, Táo Sān fece un solo punto e perse l’intera posta. Nella seconda riuscì a realizzare otto punti, ma il mazziere ne fece nove e gli portò di nuovo via l’intera posta. (26)
Táo Sān sembrava ancora più sfortunato di Wú Èrlàngzĭ.
Quest’ultimo, intanto, si agitava, implorando di nuovo Xǔ Liáng: "Mio buon amico! Mio caro fratello! Mio buon nonnino! Per favore, prestami altri duecento ‘tael’ d'argento!".
Xǔ Liáng glieli prestò. (27)
Wú puntò cento tael sull’angolo superiore del cielo e gli altri cento sulla mano completa. (28)
“Amico” lo ammonì Xǔ Liáng “Punta di meno!”
"Non preoccuparti !” gli rispose Wú.
Le carte furono girate ed il mazziere perse. (29)
Wú guadagnò duecento tael, ne fu molto contento e mantenne il suo gioco.
Alla quarta mano, il mazziere perse contro il giocatore che gli stava di fronte e quello che doveva dare la carte dopo di lui, ma vinse contro il mazziere precedente (30), quindi Wú riperse i duecento "tael" che aveva guadagnato.
Nella seconda partita, alla prima mano, il mazziere vinse contro, tutti, e Wú perse i duecento tael che gli restavano.
Inaspettatamente, nelle mani successive, il mazziere cominciò a perdere.) Non solo Wú aveva già perso tutto, ma anche Xǔ Liáng non aveva più un soldo. (31)
Furioso, Xǔ Liáng prese il foglio con il riconoscimento di debito sottoscritto da Wú e lo gettò sul tavolo gridando a Táo Sān, che ora teneva il banco:” Prendilo! Punto tutto su questa mano”. (32)
“Neanche per sogno!” ribatté Táo” Questa è carta straccia!”
“Credi davvero che, se Wú venisse meno ai suoi impegni, io, Xῡ Liáng, non onorerei i miei debiti?”
I due quasi vennero alle mani.
Intervennero i presenti: “Amico Táo, hai già vinto parecchio. Perché vuoi rovinare i buoni rapporti tra i giocatori? Garantiamo noi per questi due. Se tu vinci e loro non ti pagano, ti pagheremo noi per loro”.
Táo non cedette e pretese una garanzia scritta da parte di Xǔ.
Sbuffando, Xǔ Liáng afferrò il pennello e scrisse la garanzia, specificando che si trattava del rimborso di un prestito e non di un debito di gioco. (33)
Solo a quel punto Táo accettò di giocare e disse a Xǔ : “Scegli il gioco che preferisci. Sono sicuro di vincere”.
“Smettila di vantarti” replicò Xǔ Liáng “ed estrai le tue maledette carte”. (34)
Una sola presa, con un minimo di sette punti.
Xǔ Liáng realizzò un “nove del cielo”.(35) Mostrò la sua mano e la posò sul tavolo dicendo: “Táo Sān, moccioso! Guarda la mano che ha tirato fuori tuo padre”.
Táo Sān guardò senza dire una parola e prese dal mazzo due carte. Diede un’occhiata alla prima, e poi estrasse lentamente la seconda ripetendo: "Terra! Terra! Terra!".
La girò e la posò sul tavolo dicendo: "Piccolo Xǔ. Guarda la mano di tuo nonno!"
Era una mano vincente: la combinazione "uomo” e “terra”. (36)
Táo Sān prese il riconoscimento di debito firmato da Xǔ Liáng e disse: "Mio caro Xǔ! Se domani non mi paghi, ci vediamo al tribunale della contea di Líchéng."
Ormai, Xǔ e Wú erano tutti e due senza soldi, ed era già passata l'una di notte, quindi dovettero andarsene.
Bussarono alla porta della “Bambina d’Argento”e chiesero che gli fosse portato subito del cibo perché stavano morendo di fame.
Poiché c’erano già degli ospiti nella stanza della “Bambina d’Oro”, i due andarono a sedersi nella stanza della “Bambina d’Argento”.
La “Bambina d’Argento” avvicinò il suo viso a quello di Xǔ Liáng e gli sussurrò: "Quanti soldi hai vinto oggi, amico mio? Non avresti qualche ‘tael’ da darmi per le mie spese?".
“Ho perso più di mille ‘tael’ ” le rispose Xǔ Liáng .
La ragazza si rivolse allora a Wú: "E tu, mio caro, hai vinto qualcosa?”.
“Non parliamone!” tagliò corto Wú.
In quel momento, portarono il cibo: una ciotola di pesce, una ciotola di carne di montone, due ciotole di verdure, quattro piattini di aperitivi e condimenti (37), una pentola piena di fonduta e due brocche di vino.
Xǔ Liáng domandò: "Perché fa così freddo oggi?"
La ragazza rispose: "Un vento di nord-ovest ha soffiato tutto il giorno e il cielo è coperto; sembra che nevicherà!"
I due uomini bevvero in silenzio, mandando giù una coppa dopo l’altra (38), e prima che se ne rendessero conto, erano entrambi completamente ubriachi.
Proprio allora, qualcuno bussò alla porta. La madre della “Bambina d’Argento”, Zhāng Dàjiāo, andò ad aprire e la si sentì dire: "Mi dispiace, signore, ma non abbiamo stanze disponibili. Per favore, torni domani".
L’uomo urlò: " Vaffanculo! Che cosa me ne frega, a me, delle vostre stanze? Siete un bordello o no, puttane bastarde? Se avete del coraggio, venite fuori a vedervela con me. Se non ce l'avete, abbassate la cresta e fatemi subito entrare". (39)
Era la voce di Táo Sān il grassone.
Sentendolo sbraitare, Xǔ Liáng si infuriò e voleva uscire ad affrontarlo, mentre la “Bambina d’argento” e sua sorella cercavano con tutte le loro forze di trattenerlo.
Che cosa accadde in seguito? Lo saprete nel prossimo capitolo.
(segue)
NOTE“ La ‘Bambina d’Argento” vive da sola o abita con altre persone?” domandò Lăo Cán “Sai dirmi di quante s
1) Il termine 印度草 (“yìndú căo”), letteralmente “erba indiana”, è di solito usato per indicare la “chiaretta verde” (“Andrographis paniculata”), una pianta d’origine indiana molto usata nella medicina tradizionale cinese, che non ha però proprietà velenose. Ritengo quindi che l’espressione intenda qui riferirsi, in modo generico, ad un farmaco di provenienza straniera che potrebbe essere usato, in certe condizioni, anche come veleno.
2) Il termine usato dai Cinesi per indicare gli stranieri, in particolare gli occidentali, è 洋人 (“yángrén”), cioè “uomini dell’oceano”, perché gli Europei e gli Americani erano giunti in Cina attraversando l’Oceano Pacifico.
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3) Il termine 頭兒 (“tóu er”) è un’espressione colloquiale usata per indicare il “capo”, il “responsabile di un servizio”. Ho tradotto, in modo più generico, il “sistema”, per indicare che anche Xǔ Míng fa parte della polizia o, comunque, ne conosce bene il funzionamento.
4) Come abbiamo già visto, i locali posti a disposizione di Lăo Cán nella locanda formavano una specie di ”suite “: si entrava quindi in una sorta di anticamera o di salotto da cui si passava ad una stanza interna. La richiesta di Xǔ Liáng di poter salutare Huán Cuì è motivata dalla sola esigenza di rispettare le regole della cortesia.
5) “Padiglione dei Dieci Lĭ”( 十里長亭 “shí lǐ cháng tíng”) è un'espressione idiomatica cinese, originariamente riferita ai padiglioni eretti ogni dieci lĭ (circa 5 chilometri) lungo le strade ufficiali durante le dinastie Qín 秦 e Hán 漢 per il riposo dei viaggiatori, che, in seguito, si trasformò in termine generico per indicare i luoghi in cui amici e parenti si salutavano al momento della partenza per un viaggio.
6) Yáo Yúnsōng è un alto funzionario del governatorato, che Lăo Cán ha conosciuto durante il suo soggiorno nel capoluogo ed al quale ha inviato il suo rapporto da Cáozhōu.
7) I caratteri 克扯斯 (“kèchèsī”) sono usati in cinese per designare il mitico eroe greco Ercole. Il nome o il cognome del prete potrebbe dunque essere Ercole, Ercoli, Hercule o Heracles, secondo il suo paese di provenienza.
(8) Nell’antico sistema monetario cinese il “qián” 錢 (“soldo”), che i mercanti occidentali traducevano con il termine “mace”, corrispondeva a circa 3,67 grammi ed era pari ad un decimo di “liáng” 兩 o “tael” d’argento (36,7 grammi). Noleggiare un carretto costava quindi all’incirca due “tael” d’argento la settimana.
9) Le case cinesi erano divise in una parte “pubblica”, in cui si svolgeva la vita sociale della famiglia e si ricevevano gli ospiti, e in una parte “privata”, in cui erano confinate le donne ed in cui non poteva normalmente entrare alcun estraneo.
10) Il termine “gῡnăinai” 姑奶奶 designa normalmente la prozia paterna, ma può anche essere usato come titolo di cortesia per indicare la figlia maritata della persona a cui ci si rivolge ed in questo caso assume il senso generico di “signora”.
11) Abbiamo letto in uno dei capitoli precedenti che il signor Jiă aveva costretto la figlia a troncare la relazione con Wú Èrlàngzĭ dopo essere venuto a conoscenza del comportamento libertino di quest'ultimo. Sebbene l'autore non fornisca alcun dettaglio a questo riguardo, si può immaginare che i sospetti del signor Jiă fossero stati destati da qualche informazione o da qualche chiacchiera riportate ingenuamente dalla figlia del signor Wèi.
12) Il termine “goῡdā” 勾搭" ha principalmente il significato di sedurre, commettere adulterio, avere rapporti sessuali illeciti o compiere azioni malvagie nella cornice di tali rapporti.Nel presente contesto, sembra dunque indicare una collusione volta a compiere un crimine per poter portare avanti liberamente una relazione sessuale non consentita.
(13) L’espressione “língchí´” 凌遲, letteralmente “taglio lento” era usata per indicare la pena di morte eseguita con il metodo dei “mille tagli”, tortura estremamente dolorosa che consisteva nell’asportare con un coltello piccole porzioni del corpo del condannato fino al sopraggiungere della morte. Questa pena, abolita soltanto nel 1905, era applicata a coloro che erano riconosciuti colpevoli di crimini particolarmente abbietti come ad es. l’alto tradimento o l’assassinio dei genitori.
(14) Il termine “qīnqī” 親戚 significa propriamente “familiare”, “parente”, ma, nel contesto, va piuttosto interpretato come “confidente”, “amico fidato”.
(15) Il termine “ ānjiāfèi" 安家費 designa il sussidio o il rimborso spese concesso dall’autorità ad una persona che è stata inviata in missione per garantire il mantenimento della sua famiglia. Nel caso specifico si può pensare che indichi un’indennità, generosamente calcolata, che viene accordata al testimone per compensare il mancato lucro dovuto al tempo che dovrà sottrarre al lavoro per deporre in tribunale.
(16) L’espressione 妥当闪子" (“tuǒ dàng pùzì”), letteralmente “negozio sicuro”, che compare frequentemente nei romanzi ambientati durante l’ultimo periodo della dinastia Qīng (come “I viaggi di Lăo Cán“), designa un ufficio di cambio, un negozio o un banco di pegni affidabile, degno di fiducia e di buona reputazione, presso il quale si può depositare del denaro. L’ho tradotta con “banca” anche se in Cina, negli ultimi anni del XIX° secolo, l’attività bancaria era ancora poco diffusa. Va tuttavia ricordato che qualche istituto bancario già era stato creato e che, in uno dei primi capitoli del romanzo, Lăo Cán deposita i propri risparmi presso un’agenzia bancaria.
(17) Un “tael”( 两 “liăng”) corrispondeva ad un peso d’argento di 37,5 grammi, pari al valore di un dollaro americano. Cento “tael” corrispondevano quindi a cento dollari USA, somma quasi favolosa per un bracciante cinese del XIX° secolo.
(18) La frase non ha un soggetto espressamente indicato. L’ultima persona di cui si fa menzione nelle frasi precedenti è Wáng Èr, ma il contesto lascia piuttosto pensare che la notizia sia riferita a Lăo Cán da Xǔ Liáng.
(19) Letteralmente la frase 一番詳細辦法無非是如此如此,這般這般 (“yī fān xiángxì bànfǎ, wúfēi shì rúcǐ rúcǐ, zhè bān zhè bān”) significa “un piano dettagliato che non era altro che questo e quello, da realizzare in questo modo e in quel modo”. Ciò lascerebbe pensare che essa sia seguita da una descrizione del piano, ma ciò non avviene. Ho perciò pensato che, con questa espressione, l’autore abbia piuttosto inteso dire “un piano dettagliato di semplice esecuzione”.
(20) Il termine “sala delle firme”( 簽押房 “ qiānyā fáng” ) si riferiva all’ufficio di un alto funzionario dove costui firmava i documenti ufficiali e vi apponeva il suo sigillo.
(21) Lăo Cán offre in questa scena del romanzo un bell’esempio di franchezza e di coraggio. Rimane da vedere se questa libertà di linguaggio fosse frequente anche nella vita reale.
(22) L’espressione “èrbǎi duō liăng “ 二百多兩 ", letteralmente “oltre duecento tael”, si riferisce a una somma compresa tra i 200 e i 300 “tael”. Essa è comunemente usata sia nel linguaggio parlato sia in quello scritto per esprimere un numero approssimativo.
(23) Abbiamo visto che i debiti di gioco di Wú Èrlàngzĭ ammontano complessivamente ad una somma compresa tra i 500 e i 600 tael. Al momento di riceverne in prestito 500, Wú si rende conto che non gli basteranno nemmeno per estinguere i debiti e meno che mai per continuare a giocare.
(24) Wú Èrlàngzĭ riceve in totale da Xǔ Liáng 1000 “tael” d’argento. Ripagati i debiti di gioco, che ammontano a più di 500 “tael”, gli restano più di 400 “tael” per continuare a giocare.
(25) Nella Cina imperiale ai nomi delle persone si aggiungeva abitualmente un aggettivo numerale che indicava il loro ordine d’importanza nella gerarchia familiare. In questo caso, Táo Sān 陶三 significa Táo il terzo.
(26) Ho qui sintetizzato l’esito della partita, descritto dall'autore con termini tecnici che richiedono, per essere spiegati, una buona conoscenza del gioco. Se interpreto più o meno correttamente questi termini, Táo, che è il giocatore opposto al mazziere (giocatore chiamato “tiān mén" 天門, cioè “porta del palazzo celeste”) realizza un “otto di terra”( “de zhī bā” 地之八), cioè una combinazione rappresentata da una tessera “terra” ( “de pái” 地牌), che vale due punti, e da una tessera che vale otto punti, la quale può essere un “uomo (“rén pái” 人牌) o un “otto misto (“zá bā” 杂八”). Secondo le regole del gioco,questa combinazione ha tuttavia un valore relativamente basso. Il mazziere le oppone una combinazione che vale nove punti ed incamera tutta la posta.
(27) Prestando a Wú Èrlàngzĭ questi duecento “tael”, Xǔ Liáng dovrebbe aver esaurito l’importo a sua disposizione, che è rappresentato, se ricordiamo bene ciò che è stato raccontato nei precedenti capitoli, dai mille “tael” che il signor Wèi aveva pagato a Gāng e che erano stati provvisoriamente trattenuti dal giudice Bái.
(28) Comincia qui una descrizione dettagliata di una partita di domino cinese. Non conoscendo le regole del gioco, tradurrò letteralmente i termini tecnici utilizzati in questa descrizione, riservandomi di spiegarli meglio quando troverò una documentazione specifica a questo riguardo. L’espressione 天上角 “tiān shàng jiăo” significa letteralmente “angolo superiore del cielo”, l’espressione 通 “tōng” equivale a ”mano completa".
(29) L’espressione “ zhuāngjiā què shì yīgè bì shí” 莊家卻是一個斃十 significa letteralmente “il banco realizzò dieci punti”. Il termine "bì shí" 斃十 trae origine dai giochi di dadi e di carte e si riferisce a una mano o a un lancio di dadi in cui la somma dei punti è dieci. Di solito un "dieci" vale zero punti o una somma molto bassa, a significare estrema sfortuna o disgrazia nel gioco.
(30) Immaginando che i giocatori siano quattro,Wú potrebbe essere il mazziere. Se la posta in gioco è di 200 “tael” per giocatore, vincendo contro uno degli avversari e perdendo contro gli altri due Wú perde i 200 “tael” che ha guadagnato e rimane con i 200 “tael” iniziali.
(31) Se Wú ha già perso tutto, si può immaginare che Xǔ Liáng abbia ancora qualche soldo e prenda il banco. Presto però, perde tutto anche lui.
(32) Il termine “gū dīng” 孤丁 è un termine del gioco d'azzardo che si riferisce specificamente al fatto di puntare tutto il denaro su una singola combinazione o una singola carta. Si potrebbe tradurre con “ o tutto o niente” oppure con “ o la va o la spacca”.
(33) La precisazione appare necessaria perché, come accade normalmente in tutti gli ordinamenti giuridici, i debiti di gioco non sono riconosciuti dalla legge e non si può agire in giudizio per ottenerne il pagamento.
(34) Il termine “shăizĭ” 骰子 indica i “dadi”, ma poiché in seguito si parla di “pái” 簰, termine che designa una “carta” o una “tessera”, ho pensato ad una disattenzione dell’autore che potrebbe aver voluto riferirsi con il termine “dadi” alle “tessere del domino”, che ricordano vagamente i dadi.
(35) Il termine “nove del cielo”(“ tiān zhī jiǔ” 天之九) indica, nel domino cinese, un punteggio molto alto ed è poi stato utilizzato come denominazione del gioco stesso.
(36) L’espressione “rén dì xiāngyí de de gàng”人地 相宜 的 地杠 si riferisce a una combinazione vincente ad alto punteggio costituita da una carta “uomo” (“rén dì” 人地 6-6) e e da una carta “terra”( “de gàng” 1-1 地杠), per un totale di 14 punti.
Mi riservo di correggere le spiegazioni piuttosto generiche fin qui fornite qualora riuscissi a trovare una documentazione più specifica e dettagliata sul gioco del domino cinese.
(37) Il termine “dié zi” 碟子 si riferisce a un piccolo recipiente poco profondo usato per contenere piccole quantità di cibo o condimenti.
(38) Il termine “yī tì” 一替 può significare “a turno”, “alternandosi”. L’uso cinese non prevede infatti che, quando si beve in gruppo, ciascuno si versi liberamente il vino, ma richiede ad ogni membro del gruppo di riempire la coppa del vicino di tavola non appena si accorga che è vuota.Questo sistema fa sì che le coppe siano sempre piene e garantisce che tutti si ubriachino rapidamente.
(39) Il linguaggio di Táo Sān è deliberatamente volgare.Egli sfida le donne ad affrontarlo e, se non ne hanno il coraggio, a cedere alle sue pretese: “wǒ sì gè zhuǎzǐ yīqí wàngwài bā!” 我四個爪子一齊望外扒, cioè “ prostratevi subito davanti alle mie quattro grinfie”.