Di Zhāng Shìnán 張世南, funzionario sotto la dinastia Sòng 宋朝, si hanno notizie intorno al 1225 d.C. Viaggiò molto e lasciò memoria delle sue esperienze in dieci volumi, ricchi di informazioni assai interessanti, intitolati 四庫總目(“ sì kù zǒng mù”), vale a dire “Catalogo generale delle raccolte bibliografiche”.
Le Cotogne
La gente delle regioni poste a sud del Fiume Azzurro non conosce le cotogne. Io imparai a conoscerle soltanto quando fui trasferito come funzionario nel Sìchuān, in una zona situata fra Liáng e Yì. (1) Sono frutti grandi come le pere ed hanno un profumo dolce e delicato, ma se le tagli con un coltello la loro polpa si annerisce e risultano aspre al gusto. Per poterle mangiare, occorre innanzitutto strofinarne la buccia con un tovagliolo (2), poi avvolgerle nel tovagliolo stesso e farle a pezzi pestandole in un mortaio.(3) Saranno allora deliziose. (4) La gente del Sìchuān usa tagliar via la parte superiore del frutto, estrarne il torsolo e poi riempire la cavità così ricavata con polvere di legno di sandalo, polvere di legno di agar ed un pizzico di muschio. (5) Successivamente rimette al suo posto la parte superiore della cotogna, lega il tutto con uno spago e fa cuocere a vapore il frutto finché questo non diventa molto soffice. Allora lo tira fuori dalla pentola, lo lascia raffreddare e lo pesta sino a ridurlo in poltiglia. Vi aggiunge, a questo punto, un po’ di canfora del Borneo (6), impasta la mistura e la cuoce in forma di focaccine. Il profumo è gradevole come quello dell’ambra grigia (7).
NOTE
1) Liáng 梁 era un minuscolo regno del Periodo delle Primavere e degli Autunni 春秋時代 (“chūnqiū shídài”), che confinava con il regno di Qīn 秦國, dal quale fu conquistato nel 641 a.C. La sua capitale era situata a sud dell’attuale città di Hánchéng 韩城 nello Shănxī 陝西.
Yì 益 era anch’esso un piccolo regno situato nell’attuale Sìchuān 四川.
Con l’espressione “tra Liáng e Yì” l’autore indica dunque un’area di frontiera compresa tra lo Shănxī e il Sìchuān.
2) Strofinando con un tovagliolo la buccia delle cotogne, si elimina la peluria dai cui queste sono ricoperte.
3) Ho così interpretato l’espressione 於柱上擊碎 (“yú zhù shàng jí suÌ”), letteralmente “fare a pezzi battendo su (o con) un cilindro”.
4) Questa affermazione mi lascia alquanto perplesso. Secondo la mia esperienza, la polpa delle cotogne crude, dura ed asprigna, è resa dolce e morbida soltanto dalla cottura. Mi sembra pertanto un po’ improbabile che lo stesso risultato possa essere ottenuto semplicemente pestando il frutto in un mortaio e riducendolo in minuscoli pezzi, a meno che questo procedimento non provochi reazioni chimiche che attivano gli zuccheri presenti nella polpa in lunghe catene glucidiche e quindi scarsamente percepibili al gusto.
5) Non so se questi ingredienti conferissero alla cotogna un particolare gusto o un particolare profumo. Venivano probabilmente aggiunti perché erano loro attribuite specifiche proprietà medicinali.
6) L’autore impiega qui il termine 腦子 “năozÌ” , usato nel linguaggio colloquiale anche per indicare il cervello. La canfora del Borneo comunemente conosciuta come “borneolo” è un olio aromatico al quale vengono altresì attribuite proprietà curative.
7) Il termine 龍涎 (“lóng xián”) designa l’ambra grigia, sostanza odorosa prodotta dallo stomaco dei capodogli.
江南人不識榅桲,世南侍親官蜀,至梁、益間,方識之。大者如梨,味甜而香,用刀切,則味損而黑。凡食時,先以巾拭去毛,以巾包,於柱上擊碎,其味甚佳。蜀人以榅桲切去頂,剜去心,納檀香、沈香末,并麝少許。覆所切之頂,線縛蒸爛。取出俟冷,研如泥。入腦子少許,和勻,作小餅燒之,香味不減龍涎。
NOTE
1) Il fruscio, causato dalla rapidità dell’uscita dalla stanza, lascia pensare che si tratti di un abito lungo fino ai piedi, abbigliamento tipico dei notabili. Anche il fatto che il cliente si copra il volto induce a sospettare che sia una persona di riguardo, la quale non desidera essere riconosciuta.
2) Táo Sān usa qui il termine 孫子 ” sūnzǐ”, vale a dire “nipoti”, per indicare che il rapporto tra lui e i suoi debitori è come quello tra un gruppo di ragazzini, presuntuosi ed inesperti, ed un uomo furbo e navigato che sa come rimetterli al loro posto.
3) Questo passaggio ci fornisce un quadro abbastanza terrificante della situazione della giustizia sotto la dinastia Qīng. Esso ci induce infatti a credere che un poliziotto potesse, almeno di fatto, torturare delle persone di sua iniziativa, indipendentemente da un ordine del giudice.
4) Al posto dei cuscini, i Cinesi usavano, un tempo, dei poggiatesta che potevano essere di pietra o di mattone, di legno o di porcellana, di bronzo o d'argento, di giada o di cuoio. Talvolta, questi poggiatesta erano vere e proprie opere d’arte.
5) Il termine 千日醉 “qiān rì zuì”, vale a dire “ubriacatura di mille giorni”, deriva dall’ espressione idiomatica 千日醉酒 " qiān rì zuìjiǔ”, letteralmente” "vino che può far ubriacare per mille giorni", usata di solito come metafora per indicare un vino pregiato.
Questa espressione ha origine da una leggenda riportata nelle "Cronache delle Cose Varie" 博物志 (“bówù zhì”) di Zhāng Huá 张华 e nelle "Cronache della Ricerca degli Spiriti" (“sōu shén jì”) di Gàn Băo 干宝, risalenti all’epoca della dinastia Jìn 晋代. La storia narra di Dí Xī 狄希, un uomo di Zhōngshān 中山, che produsse un vino molto forte chiamato "Ubriacatura di Mille Giorni" 千日醉. Il suo compaesano Liú Xuánshí 刘玄石 gliene chiese una coppa e la bevve. Tornò a casa così ubriaco che cadde in stato comatoso, fu creduto morto e fu sepolto dalla sua famiglia. Tre anni dopo, Dí Xī andò ad aprire la bara e Liú Xuánshí finalmente riprese i sensi.
Liú È 刘鹗; attribuisce ad un’erba che crescerebbe sul monte Tái gli stessi effetti che la leggenda attribuisce a quel vino prodigioso.
Appare comunque abbastanza sorprendente il ricorso ad un espediente “favoloso” e piuttosto inverosimile per terminare un romanzo che sembrava ispirato, fino alle ultime pagine, ad un assoluto “realismo”.
6) Il termine 監生 “jiànshēng” designava, all’epoca delle dinastie Míng 明朝 e Qīng 清朝, gli “studenti dell’Accademia Imperiale”, cioè coloro che studiavano presso tale Accademia o che avevano i requisiti per esservi ammessi (si poteva accedere all’Accademia tramite esami oppure in quanto figli di funzionari statali). Più tardi, il titolo di “studente dell’Accademia Imperiale” potè anche essere acquistato con donazioni alla pubblica amministrazione. Viste le qualità di Wú Èrlángzī, è probabile che fosse quest’ultimo il modo in cui aveva ottenuto il titolo.
(7) L’atmosfera quasi idilliaca in cui si svolge l’udienza contrasta enormemente con le precedenti descrizioni di processi caratterizzati dall’uso brutale della tortura e da spietate condanne a morte.
(8) Non ci si può sottrarre all’impressione che, nell’ultimo capitolo del romanzo, l’autore si affretti verso la conclusione senza curarsi troppo di spiegare i dettagli. Non si capisce, ad esempio, a quale titolo Xǔ Liáng rimanga in possesso della boccetta della pozione, quando il giudice ne ha appena ordinato il deposito in tribunale in quanto “corpo del reato”. Si deve inoltre presumere che Xǔ Liáng sia stato immediatamente posto a piede libero, anche se non viene fatto cenno di alcun provvedimento di scarcerazione. La spiegazione logica è che Xǔ Liáng abbia agito, dal principio alla fine, come “agente provocatore”e che il giudice ne fosse perfettamente al corrente, così come dovrebbe averlo capito- seppure con qualche difficoltà- anche il lettore.
(9) La descrizione della pozione sembra contrastare con i risultati che le vengono attribuiti. Il colore di succo di pesca e il sapore dolce, anche se l'odore è un po’intenso, non lasciano pensare, a prima vista, alla possibilità di produrre uno stato comatoso permanente.,
(10) Allo stato dei fatti accertati, la sentenza da pronunciare nei confronti di Wú Èrlángzī non potrebbe essere che una condanna a morte. Poiché esiste una possibilità di “riportare in vita le vittime”, Lăo Cán suggerisce tuttavia ai giudici di rimandare la pronuncia della sentenza e di limitarsi per il momento a disporre l’incarcerazione dell’imputato.
(11) Il Pozzo di Shùn 舜井 (“shùn jĭng”) è una delle settantadue sorgenti famose di Jĭnán 济南. Esso si trova vicino alla porta meridionale della città vecchia.